Gabriele
Carlotti
Parlare di “missione”
vuol dire “dono della vita”. Non è forse questa la vocazione battesimale di
ognuno di noi che siamo venuti alla fede e siamo rinati dall’acqua e dallo
Spirito? Per questo il Concilio Vaticano II° ci ha ricordato che la Chiesa (che
siamo tutti noi uniti in Cristo) o è missionaria o non è Chiesa, la Chiesa del
Signore Gesù che ci ha inviati a portare in tutto il mondo la Buona Notizia del
Vangelo. Per questo la Missione della Chiesa non riguarda solo “le” missioni,
ma è la testimonianza della vita per la vita di tutti: “se il chicco di
grano caduto in terra non muore, rimane solo, ma se muore produce molto frutto”.
Gesù è questo chicco di grano ‘marcito’ nel dono di sé sulla croce, che ha
prodotto una spiga super-abbondante aprendo a tutti i popoli di tutti i mondi
conosciuti il dono di una vita nuova, una vita risorta. In questa logica di
fede, subito dopo il Concilio anche la nostra Chiesa locale si è aperta alle
terre di missione: Madagascar, India, Brasile, Albania, Rwanda e, per ultima,
l’Amazzonia. L’essere ripartito, sette anni fa, dopo i diciassette anni passati
in Brasile a Ruy Barbosa, non è stata nostalgia, ma il frutto di un cammino che
non si era interrotto al suo ritorno, ma sempre ripensato, nell’accoglienza dei
profughi e dei migranti, nel percorrere le notti dei trans e delle ragazze
prostituite sulle nostre strade, incarnato nelle Comunità dell’Unità Pastorale
fatte di liturgia, giovani e famiglie, anziani e ammalati, bambini e
non-praticanti; un cammino fragile, ma ancorato nella fede battesimale,
chiamata a condividere la speranza di una Buona Notizia.
Nel 1993, quando d.
Eugenio ci chiese di celebrare la festa di San Lorenzo, a Colonia di Itaetê, io
e d. Vittorio partimmo da Utinga e dopo oltre tre ore di viaggio, superando
diversi ostacoli, arrivammo a Colonia. Troppo tardi, in ritardo di un’ora
rispetto alla celebrazione della messa, ma fummo accolti con gioia dalla
Comunità, che aveva già celebrato la sua fede, condiviso la Parola di Dio e si
era già alimentata all’Eucaristia custodita nel tabernacolo. La Comunità ci accolse
con gioia: “pensavamo non veniste, ma siamo molto contenti che siate qui con
noi, venite, pranziamo insieme e facciamo festa col nostro patrono San Lorenzo,
amico dei poveri e dei piccoli”. Così conobbi la Chiesa fatta di piccole
Comunità capaci di valorizzare ogni persona, conobbi una fede semplice e
disposta a vivere e celebrare la speranza e la responsabilità del suo proprio
battesimo. Questa testimonianza gioiosa mi ha contagiato e ha aperto uno
sguardo nuovo sull’essere chiesa-comunità. Come il vescovo Baroni ci aveva
insegnato: “Nessuno può dire solo la mia parrocchia o solo la mia diocesi, ma
siamo tutti a servizio della Chiesa universale perché il Vangelo sia annunciato
a tutti”. E le parole del vescovo Andrè: “Non ho i preti che vorrei, i laici
che vorrei… ma i preti che mi sono stati dati e i laici che vivono in questa
terra: con voi sono fratello e chiamato a camminare insieme per annunciare con
la vita il Vangelo”. La Missione allora supera gli oceani e le terre lontane, è
un movimento di “andata” e “ritorno”, è un modo di essere cristiani credenti, discepoli-missionari,
affinché in ogni luogo il Vangelo sia annunciato con la vita e il battesimo sia
fonte di gioia e di responsabilità verso tutti, perché non venga meno la
speranza e la pace.
Quando nel 2019 sono
ripartito per l’Amazzonia ho ritrovato le piccole Comunità. La città di Santo
Antonio organizzata in dodici Comunità, una per ogni quartiere, luoghi di
ascolto della Parola, di condivisione della Carità e di attenzione alla
situazione di povertà di tante famiglie: luoghi per celebrare la fede
eucaristica che ci alimenta e ci sostiene insegnandoci a condividere. Anche
lungo i fiumi sono tante le Comunità, di etnie diverse: Tikuna, Kambeba, Kokama
e Caixana; alcune dei cento ottanta popoli indigeni che ancora abitano la
grande foresta. Cattolici e protestanti di molte denominazioni, ma tutti uniti
nell’unico sentire ancestrale di una foresta e di molti fiumi animati dall’unico
spirito. Mi ricordo della Comunità Kokama di San Lazzaro, circa a metà del
fiume che proviene dalla Colombia e si getta nel Rio delle Amazzoni, quando
siamo arrivati, dopo alcuni giorni di navigazione, la piccola chiesetta era
inutilizzabile, già abbandonata da tempo, e il Cassique (lider) lamentava la
non curanza delle famiglie. La figlia aveva fatto una promessa, quando le
nacque una bambina speciale, di costruire una nuova chiesetta, vicino a casa,
per chiedere l’aiuto divino. Così l’abbiamo aiutata e con la collaborazione
degli uomini che procurarono il legno in foresta, in poco tempo è stata
costruita la nuova cappella della Comunità. La signora ne divenne subito
l’animatrice della Parola e della catechesi, che in seguito passo alle ragazze
giovani, e tutte le domeniche la Comunità cominciò a riunirsi per la
Celebrazione della Parola e poi per far colazione insieme, ognuno portava
qualcosa per essere condiviso. Oggi hanno inventato un cammino nuovo per essere
più vicini anche alle famiglie meno assidue: una domenica celebrano nella
cappella della Comunità, e l’altra domenica la Comunità celebra nella casa di
una famiglia, scegliendo quelle che hanno più difficoltà a partecipare. Così ho
imparato come sia importante usare l’iniziativa, anche la fantasia affinché
nessuno venga lasciato indietro nel cammino della Comunità; come sia importante
uscire verso l’incontro con l’altro, ascoltare senza giudicare, condividere e
fare il possibile per camminare insieme. Mi venivano in mente le parole
dell’apostolo Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare ad ogni
costo qualcuno”.
Così è la Missione: discepoli
dell’unico Signore, attenti a non strappare la tunica tessuta tutta di un
pezzo, sempre pronti anche a fare un passo indietro per non perdere nessuno,
attenti a coloro che si allontanano perché non si sentano abbandonati,
guardando a Lui più che a noi stessi, privilegiando la prassi alle ideologie,
la vita alle regole, sempre amanti della giustizia; missionari
dell’unico Vangelo, che è la vita vissuta del Signore, l’amore per i piccoli e
per i poveri, per gli ammalati e gli esclusi, giovani nell’entusiasmo e sempre
portatori di una speranza che non delude, operatori di pace. Discepoli-missionari
che vivono il proprio battesimo nella consapevolezza di essere amati e salvati
da Colui che ha donato la sua vita per noi e per tutti. Testimoni del Vangelo
della giustizia e della pace, portatori di una nuova umanità improntata a una ecologia
integrale: rispettosi della creazione e di tutte le persone, senza
distinzioni, ma procurando sempre quell’uguaglianza che ci rende fratelli
tutti. La grande foresta continua così a custodire la vita, nel segno del
Creatore; e noi come figli dell’unico Padre viviamo riconciliati nel battesimo
che ci ha resi cristiani, fratelli e sorelle in Cristo. La Missione ci fa
essere Chiesa-in-uscita, che sa ascoltare ed accogliere, chiesa-sinodale che
cammina e prende decisioni nel dialogo con tutti e nel rispetto delle diversità
di ognuno, che sono sempre una ricchezza e possibilità di un passo nuovo e fedele.
Allora in questo ottobre missionarie e in questo nuovo anno pastorale, buon
cammino a tutti!

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