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domenica 23 agosto 2026

VIAGGIO SUL FIUME PUTUMAYO

 



Paolo Bizzocchi

 

Ciao a tutti e tutte, rieccomi a voi.

Vi scrivo al termine del viaggio mensile sul Rio Içã che, teoricamente, dovrebbe porre termine ad una serie di impegni mentali e materiali che mi hanno impegnato dall’arrivo dall’Italia ad ora. Insomma, ora forse posso sperare di entrare in un ritmo di vita un po’ più “normale”, che ho quasi dimenticato.

Voglio parlarvi un poco del viaggio sul Içã (o “Putumayo”, secondo la denominazione indigena ancora usata in Colombia), il fiume che per 350 km, fino al confine con la Colombia, delinea il territorio della nostra parrocchia. In questa lunga striscia d’acqua attualmente abbiamo diciannove comunità. Un paio le abbiamo perse recentemente: una per “morte annunciata”, perché ci accoglievano per la Messa, ma di fatto aderivano alla religione locale della Cruzada; la seconda per una “morte schoccante” (speriamo non definitiva), perché pur essendo una comunità molto viva è improvvisamente passata nelle mani di una chiesa evangelica. Allo stesso tempo si sta aprendo la possibilità di una nuova comunità, che sarebbe la ventesima: una aldeia (villaggio) di un affluente del Içã ci ha chiesto di essere visitata. Si chiama “Nova floresta” e nel prossimo viaggio tenteremo di raggiungerla. Il viaggio ha avuto due fasi: una prima, molto breve, con i giovani campisti italiani e la seconda con il fido Moises, che, come pilota e ministro, accompagna sempre i nostri viaggi.

Emmanuele, Edoardo e Lisa


Del viaggio con i campisti italiani vi parleranno loro, se li chiamerete. Io posso solo dire che mi ha fatto riflettere vedere accostati due mondi così differenti: quello dei nostri giovani, pieni di possibilità e curiosità ed a volte resistenti a lasciarsi toccare nel profondo, e quello del popolo del fiume, caratterizzato da una vita essenziale e semplicissima, costruita sull’oggi senza molta programmazione del futuro, con un silenzio ed una lentezza che a volte disorienta. Non voglio dire che uno è meglio dell’altro, ma che sono due vite davvero diverse ed entrambe piene di umanità.

Mi ha colpito la frase di un residente: “qui stiamo bene perché abbiamo il pesce nel fiume, le galline ed il maiale nel cortile, la frutta sugli alberi; in città se non hai il denaro non hai nulla”.  La curiosità giovanile dei nostri italiani li ha portati anche a comprare da un cacciatore e cucinare un pezzo di un giovane jacaré (il nostro coccodrillo…): un modo simpatico di sentirsi un po’ più amazzonici!

Poi io e Mosé abbiamo iniziato la nostra fase del viaggio. Di questa mi ha colpito soprattutto il silenzio, favorito anche dalle difficoltà di comunicazione con Moises, che ha un portoghese strettissimo che più volte stento ancora a capire.



Qui il silenzio è davvero silenzio, perché anche la foresta ed il fiume sono lenti e quasi discreti, pur essendo immensi ed anche violenti. Così è anche la vita dei villaggi del fiume: piccole comunità nelle quali sono quasi tutti parenti, ove arrivano poche notizie e le novità si contano sulle dita di una mano, dove il giorno comincia quando comincia e finisce quando il sole cala, perché molte non hanno l’energia elettrica in modo stabile, dove il ritmo è quello del fiume che alza ed abbassa il suo livello, della pioggia imprevedibile e del sole cocente, dell’attesa dei pescatori per vedere “se oggi c’è il pesce”, del cibo che chiede tempo per cuocere sulla brace, della biancheria da lavare a colpi di bastone sul fiume, della medesima acqua del fiume che serve per lavare pezzo a pezzo il corpo, le stoviglie ed il pentolame, pulirsi i denti, eventualmente per berne un sorso, giocare e fare tante altre cose; il tempo dei viaggi in città con ore in mezzo al fiume sulle canoe di legno o sulla balieira di alluminio, entrambe con un piccolo motore che non consente alte velocità (anche perché benzina e nafta costano…).

Scendere dalla nostra comoda barca ed entrare in queste realtà è più di un salto sul pontile o sulla terra un po’ fangosa: è entrare in un mondo diverso, che segue altre categorie, che gioisce di altre cose, che vive altre povertà e si pone altre domande (o evita di porsele, perché la risposta è già scritta nella realtà della vita).  Non è sempre un salto facile, perché noi vorremmo trovare il nostro mondo ed il nostro stile… ed invece tutto si muove attorno silenziosamente, a volte come se noi non esistessimo. In realtà si accorgono bene del nostro arrivo, ma se stanno facendo qualcosa (compreso il riposino…) lo finiscono, poi arrivano: che fretta c’è? Vivendo tutto questo penso alle persone con cui vorrei condividerlo e mi dico: cosa ho fatto io per avere questo privilegio? Che merito ho per poter entrare in questa realtà così difficile e così affascinante? Riuscirò a starci dentro senza rompere il delicato equilibrio che la regge? C’è davvero qualcosa che io posso lasciare qui?



Ne approfitto per ringraziare tutti quelli che ci sostengono economicamente, perché i viaggi sul fiume sono molto costosi: nafta, manutenzione della barca, pilota… sono un costo notevole (un giorno proverò a fare un conto) e senza sostanziosi aiuti dall’Italia di certo dovremmo abbandonare queste comunità o ridurre di molto la nostra presenza.

Quindi, un grande grazie a tutti, sottolineando che questo mese dalla UP “Gioia del Vangelo” sono arrivati 1170€.

Il Signore ci accompagni!

pe. Paolo 


lunedì 5 gennaio 2026

TEMPO DI SILENZIO E DI ASCOLTO

 

Con i seminaristi della parrocchia di santo Antonio do Iça, alunni di Cugini


 

Marco Lucenti

 

Ciao a tutti!
 In questo giorno di Epifania, che qui è domenica 4 gennaio, scrivo la seconda lettera. In questi giorni mi veniva questo pensiero: mi fa molto ridere il pensare a quando tornerò in Italia, non necessariamente al termine della missione, ma anche in un viaggio precedente. Mi fa ridere perché penso mi potrebbe esser chiesta una testimonianza. E questo sarà un problema! Un problema grosso. Non tanto perché non ci siano cose da dire o cose differenti (siamo dall’altra parte del mondo … vedrai che di cose ce ne sono!!!), quanto invece per altri motivi:

-mi piace fare silenzio, ascoltare. E parlare è già definire, è già schematizzare … è un po’ anche giudicare o per lo meno cercare soluzioni usando una testa che non è ancora pronta per essere usata al meglio (occorreranno anni! Plurale, tanti!!!). Ora sono in un momento privilegiato che non tornerà: posso tacere e ascoltare, capire poco e chiedere, gli altri sanno che io non posso esprimermi, quindi non pretendono io sia in una comunità o in un’altra, per una fazione o per un’altra, … perché tanto sono uno straniero (che non sa il portoghese e non sa nulla di loro, …: cose profondamente vere) e non capisco (vero!)

-perché loro sono la mia famiglia. Faccio un esempio. Io a Castelnovo mi sono trovato benissimo e ringrazio. Facciamo l’esempio non reale che io avessi invece avuto problemi. Badiamo che “problemi” non significa solo “mi potevo trovare male anziché bene”, ma anche “trovare una struttura sociale, parrocchiale, oratoriale, presbiterale, … così tanto differente dal mio pensiero che genera in me non immediato benessere” e già questo sarebbe percepito dal soggetto (nell’esempio, io) come problema. Ecco. Allora potete capire che se questa è la mia famiglia più prossima, allora io sono chiamato ad amare questa e, se lo farò (volentieri e non per forza), lì sarà la mia felicità. Allora capite l’esempio, ora: se io mi fossi trovato male a Castelnovo, avrei (s)parlato di Castelnovo fuori, agli altri? Ringraziamo che così non è andata, ma comunque la risposta giusta sarebbe stata “NO”! Ripeto, fra l’altro la tua stessa felicità è amare dove sei, non giudicare dove sei parlando con persone che non abitano con te dei difetti dei luoghi in cui sei. Capite che qui c’è un corto circuito! Ogni famiglia deve avere amore dentro di sé; non può stare bene fuori e invece malsopportare/non capire/sparlare fuori di ciò che c’è dentro. Tutto quest’esempio perché? Perché ogni cosa che scrivo, che condivido ora e domani deve avere due caratteristiche: 1)essere amata, almeno un poco, da me; 2)deve chiedere a chi ascolta di fare altrettanto: io ti dico qualcosa della mia vita, di un posto altro, … ma tu devi esser disposto a fare altrettanto: la nostra dev’essere una condivisione, che è molto di più! Io potrei anche raccontarti di una difficoltà che sto avendo (per ora ringrazio, ma non ne ho!), ma è tutto nell’amore dell’amicizia, quindi anche tu. Non ti dico “raccontami le tue”. Certo, ascolto tutti molto volentieri, ma ti dico di più: io ti parlo di come si vive qui, ma tu mi devi dire di come vivi lì, di come senti la tua comunità, di come vivi la struttura sociale che ti circonda, … È inutile che io invidi le cose belle altrui o che veda le inconsistenze degli altri e non metta mano alle mie! Altrimenti i miei racconti sarebbero solo una gita, una curiosità. Di quel che ti dico cosa te ne fai (ho usato appositamente il verbo “fare” e non “pensare”, perché pensiamo già abbastanza!)? Sarebbe bello ricevere lettere personali o ancor di più dalle unità pastorali che avessero voglia di leggersi e raccontarsi in modo comunitario! Vi ringraziamo in anticipo per i bellissimi scambi che potranno nascere, se vorremo!!!



-vi invito, venite e vedete voi con il vostro cuore; davvero, venite, la canonica è grande!!! Capisco perché il biglietto aereo costa, capisco perché non tutti possono assentarsi da casa per un po’, capisco perché non tutti hanno la salute, … ma, chi vuole e può, venga. E può esser tramite per chi non può, un tramite vicino, non lontano, un tramite conosciuto e amato, non letto soltanto. Non vi invito oggi per oggi perché io stesso non so nemmeno dove sono e mi assenterò dalla parrocchia per molto tempo per fare un corso di lingua, … quindi sicuramente parliamo di fra molti mesi (chiedo scusa e pazienza), ma la casa è aperta: fra l’altro “aprire la casa per aprire il cuore, proprio e degli altri” potrebbe essere un buono spot anche per noi in Italia, forse.

Accortomi che sono già andato abbastanza lungo, mi scuso e termino con una parola: FAMIGLIA. Non a caso l’ho usata in precedenza. Avevo detto che mi sarebbe piaciuto intestare le lettere e questa la vorrei inviare a tutte le famiglie, anche perché a Natale la parola “famiglia” è una parola importante.

Vi dedico la canzone che ho messo all’inizio della lettera con i riferimenti in Youtube (testo originale e testo tradotto in italiano). E ve la dedico per ringraziarvi tutte e per ricordarvi della vostra grande vocazione. Nei giorni prima del Natale ero a casa di una signora della parrocchia, per vivere con la sua famiglia un momento di preghiera. Quando ha intonato questa canzone alcuni si sono messi a piangere. Io non so il perché, ma credo ricordasse loro i Natali passati, quando erano piccoli, tutte le volte che avevano pregato insieme in famiglia, … e che da tutte quelle cose piccole, molto povere, ma belle, erano stati formati all’amore e loro stessi avevano formato la loro famiglia. Eravamo infatti una trentina, fra nipoti, figli, sposi e genitori. Allora scrivo a tutte voi, famiglie, certamente provate dallo stile di vita che spesso anziché aiutarci ci schiaccia: siate sante! Il santo è il separato, colui che riesce a non vivere come tutti, perché lui ha una vocazione speciale. Siate tutte famiglie sante! Ricordate le preghiere, della nonna che ve le faceva dire, dei rosari in casa, della messa la domenica, quanto era bello trovarsi con gli amici, essere comunità, … e continuate voi stessi a fare così. Ricordando il bene ricevuto, piangerete pure voi, poi gioirete e ringrazierete. Ma non può tutto finire qui: perché non possiamo farlo anche noi? Se riusciva nostra nonna che non aveva nemmeno la 5^ Elementare … E non diamo sempre colpa al “povero tempo” che non ha fatto nulla di male: lui passa allo stesso modo per tutti, indipendentemente da come lo usiamo. Ricordatevi della vostra vocazione, unica! Tutti vi ringraziamo perché da voi siamo nati e senza di voi non avremmo imparato ad amare. Il bambino Gesù (O menino Jesus) è nato in una famiglia e lì ha imparato tutto. Grazie a tutte voi famiglie per averci dato tutto: la vita, l’amore, la fede (che tante volte sono la stessa cosa). Grazie.

Buona Epifania a tutti e buon ritorno a scuola, lavoro, esami, …

P.s.: prometto che il prossimo mese metto delle foto!!!

 

VIAGGIO SUL FIUME PUTUMAYO

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