giovedì 29 gennaio 2026

IN VIAGGIO A MANAUS

 

A Manaus con Paolo Cugini e Virginia, uruguaiana ma con radici genovesi, ha fatto due anni di volontariato nelle nostre terre, rientrando poco prima del mio arrivo in Brasile. Questo mese é passata in visita ed ora torna a casa. Ora deve decidere che spazio deve avere questo impegno missionario per la sua vita

Paolo Bizzocchi

 Ciao a tutti e tutte,

scrivo ancora una volta mentre sono in viaggio sul fiume, ora in ritorno da Manaus. Qualcuno dirà: questo è sempre in giro…

Si, qui per fare cose che potrebbero apparire semplici occorre spostarsi, con tutto quello che comporta in tempo e soldi.

Cose “normali”, come gli esami medici della mamma novantenne: occorre portarla a Manaus con la lancIA (la barca veloce) con il corredo di una o due infermiere, poi qualcuno della famiglia che si fermi là con lei per il tempo necessario (sistemarsi, fare gli esami, aspettare gli esiti, sperare che non ne servano altri…).

Oppure la visita medica di una mamma giovane, ma con due figli con disabilità: partire lei con i figli, che non può affidare ad altri, ed il marito: pagare la lancia per tutti (il marito poliziotto paga la metà e la figlia minore il 70%) in andata e ritorno, niente lavoro per almeno una settimana, spese mediche da pagare (se non si ha l’assicurazione, che comunque è da pagare), alloggio, sperando che da qualche parte di Manaus ci siano dei parenti, cibo, spostamenti nella città etc… Se consideriamo che il biglietto d’andata della lancia costa 780 R$ ed il ritorno 990 R$ e lo stipendio base è 1.500 R$, la spesa si fa sentire. C’è anche il barcone, che costa meno della metà, ma fra andata e ritorno anziché due giorni e mezzo ce ne vogliono fra gli otto ed i nove e se una persona lavora o ha un anziano o un figlio con difficoltà, che non regge questi tempi, il campo di scelta si restringe.

Poi può succedere, come a me, di dover fare o mettere a posto la patente per la macchina o la moto. Io dovevo “solo” fare l’abilitazione della mia patente italiana per lo stato di Amazzonia (nel resto del Brasile non vale): primo viaggio per la documentazione (da fare a Manaus), secondo viaggio per il corso (da fare a Manaus), terzo viaggio per la visita medico - psicologica che ho fatto martedì a Manaus e finalmente l’abilitazione arriva, in soli sei mesi: partenza domenica pomeriggio ed arrivo lunedì sera, visita martedì mattina, prolungamento di un giorno per regolarizzare un pagamento e fare qualche compera, il giovedì alle cinque di mattina la lancia e venerdì mattina l’arrivo a S. Antonio. Poi, se non avessi un referente a Manaus, ci vorrebbe un altro viaggio per ritirare il documento una volta pronto (c’è la versione elettronica, ma avere anche il cartaceo è sempre meglio).

Se tutto questa trafila fosse solo per me che sono uno straniero, si potrebbe in parte capire (noi con gli stranieri facciamo molto molto molto peggio…), ma il fatto è che è così anche per i brasiliani.

Come stupirsi se la gran parte delle persone guida la moto (e forse la macchina) senza patente?

La lancia veloce e il barcone


Non scrivo certamente queste cose per fare del vittimismo, ma perché possiamo capire le difficoltà che molti vivono anche in paesi a livello medio o medio alto di sviluppo. Mi viene in mente la nostra Locride, in Calabria, servita ancora oggi da una ferrovia ad un solo binario non elettrificata (e dalla quale negli ultimi anni sono stati tolti la maggior parte dei treni) e da una strada statale lunga centinaia di km e che attraversa centinaia di paesi, con pochi ospedali e punti medici, con università sempre lontane… Se non lo si tocca con mano, è difficile capire cosa significhi vivere in contesti diversi ed è facile giudicare basandosi solo sulla propria percezione della realtà.

 

Stando a Manaus è difficile anche evitare di pensare all’Università, perché in questo momento di vacanze scolastiche alcuni giovani della parrocchia mi stanno dicendo che stanno preparandosi a partire per Manaus per fare l’Università.

Giovani che per la gran parte della loro vita non si sono mai allontanati da S. Antonio, che a volte in Manaus hanno un riferimento familiare (che non è sempre uno scudo efficace), ma altre volte si lanciano in solitudine. Gioisco per il loro desiderio di aprirsi orizzonti di vita più ampi, ma intimamente mi concedo un po’ di preoccupazione: come reagiranno all’incontro con una serie di opportunità (a volte positive, altre volte molto pericolose) che non hanno mai conosciuto? Che effetto avrà su di loro l’impatto con una città fatta al contempo di grandi povertà e di palazzi illusoriamente scintillanti di ricchezza?

È partito anche Eduardo, il ragazzo che avevo conosciuto in carcere: vuole fare l’Università di Psicologia. È lui stesso molto fragile e forse spera di trovare nello studio della sua sofferenza la forza per superarla. Non posso che gioire per questo grande progresso fatto in pochi mesi, ma credo che la mia preoccupazione sia motivata.

Forse da parte nostra, come parrocchia, potremmo provare a prendere contatto con la Pastorale Universitaria di Manaus e cominciare a dare ai ragazzi dei punti di riferimento. Di certo non risolverebbe i problemi, ma potrebbe essere un aiuto concreto perché non si trovino buttati nel caos.

Ci penseremo sopra… Intanto vi saluto con questi “pensamenti” che mi accompagnano.


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