Paolo
Bizzocchi
Ciao a tutti e tutte,
rieccomi a voi.
Vi scrivo al termine
del viaggio mensile sul Rio Içã che, teoricamente, dovrebbe porre termine ad
una serie di impegni mentali e materiali che mi hanno impegnato dall’arrivo
dall’Italia ad ora. Insomma, ora forse posso sperare di entrare in un ritmo di
vita un po’ più “normale”, che ho quasi dimenticato.
Voglio parlarvi un poco
del viaggio sul Içã (o “Putumayo”, secondo la denominazione indigena ancora
usata in Colombia), il fiume che per 350 km, fino al confine con la Colombia,
delinea il territorio della nostra parrocchia. In questa lunga striscia d’acqua
attualmente abbiamo diciannove comunità. Un paio le abbiamo perse recentemente:
una per “morte annunciata”, perché ci accoglievano per la Messa, ma di fatto
aderivano alla religione locale della Cruzada; la seconda per una “morte
schoccante” (speriamo non definitiva), perché pur essendo una comunità molto
viva è improvvisamente passata nelle mani di una chiesa evangelica. Allo stesso
tempo si sta aprendo la possibilità di una nuova comunità, che sarebbe la
ventesima: una aldeia (villaggio) di un affluente del Içã ci ha chiesto di
essere visitata. Si chiama “Nova floresta” e nel prossimo viaggio tenteremo di
raggiungerla. Il viaggio ha avuto due fasi: una prima, molto breve, con i
giovani campisti italiani e la seconda con il fido Moises, che, come pilota e
ministro, accompagna sempre i nostri viaggi.
![]() |
| Emmanuele, Edoardo e Lisa |
Del viaggio con i
campisti italiani vi parleranno loro, se li chiamerete. Io posso solo dire che
mi ha fatto riflettere vedere accostati due mondi così differenti: quello dei
nostri giovani, pieni di possibilità e curiosità ed a volte resistenti a lasciarsi
toccare nel profondo, e quello del popolo del fiume, caratterizzato da una vita
essenziale e semplicissima, costruita sull’oggi senza molta programmazione del
futuro, con un silenzio ed una lentezza che a volte disorienta. Non voglio dire
che uno è meglio dell’altro, ma che sono due vite davvero diverse ed entrambe
piene di umanità.
Mi ha colpito la frase
di un residente: “qui stiamo bene perché abbiamo il pesce nel fiume, le galline
ed il maiale nel cortile, la frutta sugli alberi; in città se non hai il denaro
non hai nulla”. La curiosità giovanile
dei nostri italiani li ha portati anche a comprare da un cacciatore e cucinare
un pezzo di un giovane jacaré (il nostro coccodrillo…): un modo simpatico di
sentirsi un po’ più amazzonici!
Poi io e Mosé abbiamo
iniziato la nostra fase del viaggio. Di questa mi ha colpito soprattutto il
silenzio, favorito anche dalle difficoltà di comunicazione con Moises, che ha
un portoghese strettissimo che più volte stento ancora a capire.
Qui il silenzio è
davvero silenzio, perché anche la foresta ed il fiume sono lenti e quasi
discreti, pur essendo immensi ed anche violenti. Così è anche la vita dei
villaggi del fiume: piccole comunità nelle quali sono quasi tutti parenti, ove
arrivano poche notizie e le novità si contano sulle dita di una mano, dove il
giorno comincia quando comincia e finisce quando il sole cala, perché molte non
hanno l’energia elettrica in modo stabile, dove il ritmo è quello del fiume che
alza ed abbassa il suo livello, della pioggia imprevedibile e del sole cocente,
dell’attesa dei pescatori per vedere “se oggi c’è il pesce”, del cibo che
chiede tempo per cuocere sulla brace, della biancheria da lavare a colpi di
bastone sul fiume, della medesima acqua del fiume che serve per lavare pezzo a
pezzo il corpo, le stoviglie ed il pentolame, pulirsi i denti, eventualmente
per berne un sorso, giocare e fare tante altre cose; il tempo dei viaggi in
città con ore in mezzo al fiume sulle canoe di legno o sulla balieira di alluminio,
entrambe con un piccolo motore che non consente alte velocità (anche perché
benzina e nafta costano…).
Scendere dalla nostra
comoda barca ed entrare in queste realtà è più di un salto sul pontile o sulla
terra un po’ fangosa: è entrare in un mondo diverso, che segue altre categorie,
che gioisce di altre cose, che vive altre povertà e si pone altre domande (o
evita di porsele, perché la risposta è già scritta nella realtà della vita). Non è sempre un salto facile, perché noi
vorremmo trovare il nostro mondo ed il nostro stile… ed invece tutto si muove
attorno silenziosamente, a volte come se noi non esistessimo. In realtà si
accorgono bene del nostro arrivo, ma se stanno facendo qualcosa (compreso il
riposino…) lo finiscono, poi arrivano: che fretta c’è? Vivendo tutto questo
penso alle persone con cui vorrei condividerlo e mi dico: cosa ho fatto io per
avere questo privilegio? Che merito ho per poter entrare in questa realtà così
difficile e così affascinante? Riuscirò a starci dentro senza rompere il delicato
equilibrio che la regge? C’è davvero qualcosa che io posso lasciare qui?
Ne approfitto per
ringraziare tutti quelli che ci sostengono economicamente, perché i viaggi sul
fiume sono molto costosi: nafta, manutenzione della barca, pilota… sono un
costo notevole (un giorno proverò a fare un conto) e senza sostanziosi aiuti
dall’Italia di certo dovremmo abbandonare queste comunità o ridurre di molto la
nostra presenza.
Quindi, un grande
grazie a tutti, sottolineando che questo mese dalla UP “Gioia del Vangelo” sono
arrivati 1170€.
Il Signore ci
accompagni!
pe. Paolo
















.jpeg)
