Buoni
ultimi giorni di estate a tutti!
Come
tutti gli anni la nostra diocesi ha dato l’opportunità a decine di giovani di
visitare ed incontrare le nostre realtà missionarie. Quest’anno la nostra
montagna è stata particolarmente attiva, con ragazzi presenti in tutto il
mondo: da Ruy Barbosa (Brasile) al Madagascar; dall’Albania, meta di vari
gruppi giovanili diocesani fra cui quello di Castelnovo ne’ Monti e San Pietro
in Reggio, alla Sierra Leone nell’inverno passato. In questo tempo di corsa
agli armamenti, cioè corsa alla paura e alla chiusura, i nostri giovani ci
chiedono più che mai di aprire, di uscire, di incontrare: è evidente! E loro
sono stati accompagnati … e preceduti … da molti adulti che sono stati negli
stessi luoghi, a volte più e più volte nella vita, esempio di servizio e di apertura,
di amicizia con persone e culture molto differenti e di capacità di ascoltare e
seguire i propri sogni. Termino qui la mia lettera, ringraziando per queste
testimonianze di “estati in ricerca”. Metto di seguito ciò che hanno scritto i
5 ragazzi della nostra diocesi che abbiamo ospitato qui a Santo Antônio do Içà
dal 9 al 18 agosto. Loro sono partiti dall’Italia il 28 luglio, hanno passato
9-10 giorni a Manaus con il nostro Don Paolo Cugini e poi hanno chiuso il campo
qui, in Amazzonia.
Siccome
la lettera è già abbastanza lunga così chiudo, ma spero di poter condividere
nei prossimi mesi anche le lettere di altri nostri giovani che hanno fatto la
stessa esperienza in altri luoghi. Don Marco Lucenti
Un
abbraccio a tutti!
Dieci giorni per imparare ad abitare
Dopo dieci giorni di missione a Santo Antônio do Içá,
nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, torniamo a casa con la consapevolezza di
aver ricevuto molto più di quanto siamo riusciti a dare.
Questi giorni ci hanno permesso di incontrare una
realtà lontana dalla nostra, ma soprattutto persone capaci di insegnarci un
modo diverso di stare al mondo. Abbiamo conosciuto la comunità cristiana
locale, incontrato il popolo Ticuna e avuto l'opportunità di avvicinarci anche
alla realtà del popolo Kokama, in particolare attraverso l'esperienza di
Tamara.
In questi incontri abbiamo scoperto quanto possa
essere profondo il legame tra un popolo e la terra che abita. Qui la terra non
è semplicemente qualcosa da possedere o da sfruttare. La foresta, il fiume e
tutto ciò che li circonda fanno parte della vita quotidiana, della memoria e
dell'identità delle persone.
Per i Kokama, e per Tamara in particolare, questo
legame è apparso ai nostri occhi in tutta la sua bellezza. Il fiume è presenza
costante, fonte di vita, spazio di incontro. La foresta è una realtà con cui
convivere, da conoscere e da rispettare. La terra racconta la storia di chi
l'ha abitata prima e continua a custodire quella di chi la abita oggi.
Forse una delle lezioni più importanti che portiamo
con noi è proprio questa: non siamo separati da ciò che ci circonda.
Nella nostra quotidianità siamo spesso abituati a
considerare la natura come qualcosa di esterno, uno spazio in cui andare, da
cui tornare, qualcosa da utilizzare o, nel migliore dei casi, da proteggere.
Qui abbiamo incontrato invece un rapporto diverso: un modo di vivere in cui il
fiume, la foresta e la terra non sono semplicemente lo sfondo della vita, ma ne
sono parte. E questo ci interroga profondamente.
In un tempo in cui siamo sempre più abituati a
correre, a consumare e a sentirci padroni di ciò che abbiamo intorno,
l'Amazzonia sembra ricordarci che abitare un luogo significa imparare a
riconoscere che quel luogo ci precede e ci supera. Significa accettare di non
essere gli unici protagonisti della realtà, ma parte di qualcosa di più grande.
Anche questa, forse, è stata la nostra missione: non
soltanto andare incontro a qualcuno, ma lasciarci incontrare. Non soltanto
portare qualcosa, ma imparare a ricevere.
In questi dieci giorni abbiamo condiviso momenti,
sorrisi, difficoltà e domande. Abbiamo cercato di avvicinarci a una realtà
complessa, senza la pretesa di comprenderla fino in fondo. Perché comprendere
l'altro non significa pensare di poterlo racchiudere nelle nostre categorie, ma
avere l'umiltà di ascoltare la sua storia e lasciare che quella storia cambi,
almeno in parte, anche noi.
Ripartiremo da Santo Antônio do Içá portando con noi
molti volti e molti nomi, ma anche un'immagine che probabilmente resterà
impressa nella nostra memoria: quella del grande fiume che attraversa queste
terre e unisce luoghi e persone apparentemente lontani tra loro.
E se c'è qualcosa che questa esperienza ci ha
insegnato è che viaggiare, incontrare e fare missione non significa
semplicemente raggiungere un luogo lontano. Significa permettere a quel luogo e
alle persone che lo abitano di entrare dentro di noi.
Per questo, al termine di questi dieci giorni, non
possiamo che dire grazie. Grazie alle persone che ci hanno accolto, alle
comunità che hanno condiviso con noi la loro quotidianità, al popolo Ticuna e
al popolo Kokama, e a Tamara, che attraverso la sua storia e il suo legame con
questa terra ci ha aiutato a guardare l'Amazzonia non soltanto con gli occhi di
chi arriva da lontano, ma con un po' più di ascolto e di rispetto.
E un grazie speciale va anche alla Chiesa missionaria
che ci ha accompagnati e reso possibile questo incontro: perché la missione,
prima ancora che partire per andare lontano, è scegliere di aprirsi all'altro,
camminare insieme e riconoscere, nei volti e nelle storie che incontriamo, la
presenza di qualcosa che ci unisce.
Ci ha colpito profondamente vedere come, nonostante
l’isolamento di queste popolazioni indigene, la fede sia ancora forte e vissuta
con semplicità e autenticità.
Abbiamo percepito anche un profondo legame con il
creato: la terra, il fiume e la natura circostante sono parte integrante della
loro vita. Vivere così a stretto contatto con la natura richiama in modo
particolare la bellezza della creazione e il senso di appartenenza a essa. È
stato bello scoprire una comunità che, pur nella sua lontananza, custodisce una
fede viva e un forte desiderio di rimanere vicina al creato e a Dio.
Dopo dieci giorni, ripartiamo forse con meno certezze,
ma con uno sguardo, speriamo, diverso e con la a consapevolezza che, a volte,
per capire davvero dove stiamo andando, dobbiamo prima imparare semplicemente
ad ascoltare la terra, il fiume e le persone che abbiamo davanti.
Campisti amazzonici












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