Gabriele Carlotti, missionário dell’Amazzonia
Innanzitutto um saluto fraterno a tutti, non vorrei
dimenticare nessuno, come diceva papa Francesco: “tutti, tutti, tutti…”.
È bello e importante aver coscienza che nessuno è un
isola, nessuna persona, nessun popolo, nessuna nazione e nessun continente. In
questo nostro mondo globalizzato, siamo tutti sulla stessa barca. La barca di
Pietro turbata dal vento contrario e accarezzata dalla bonaccia dell’incontro
con Colui che cammina sulle acque agitate dalla furia delle onde, e da tutto
quello che si nasconde nel loro movimento aggressivo e ripetuto. Cosí la storia
si ripete, dalla strage degli innocenti per la mano dell'ímperialismo del Faraone
d’Egitto, fino alla strage dei bambini a Betlemme per la mano di Erode, servo
strisciante di un nuovo imperialismo altezzoso e superbo. Ma nessun dittatore,
nessun genocida, nessun cieco si muove da solo; ha bisogno dell’appoggio di
altri per non cadere, c’è una responsabilitá di chi lo ha votato e, alla fine,
continua a sostenerlo nonostante tutto. Per questo non vale la teoria del capro
espiatorio, c’è una responsabilitá collettiva che non puó essere taciuta. È
importante ritornare alle piazze, manifestare il disaccordo. Né il Faraone
nord-americano, né l’Erode del medio-oriente faranno la storia. Il sangue
innocente sparso a Gaza e in Libano, a Teheran e a kiev sará semente di
qualcosa di nuovo che sorge all’orizzonte. L’orso della Siberia e la tigre
della Grande Muralha si risveglieranno per un nuovo equilibrio internazionale.
Dopo sei anni, camminando con i popoli dell’Amazzonia, e
ventitré di missione in America Latina, lo sguardo sulla storia non puó che
essere di speranza. Sarebbe stato piú facile e immediato uccidere il Faraone
d’Egitto, o provocare un infarto all’Erode della Giudea, è la strada della
forza e della violenza, della violazione del diritto internazionale e della
sovranitá dei popoli. Ma Dio ha scelto una strada alternativa, quella di
fidarsi del suo popolo, il popolo dei diseredati della Terra, popolo di stranieri
in terra straniera perché solo appartiene al Creatore e non è proprietá privata
ed esclusiva. In questa visione di Dio ci aiutano i popoli indigeni, nativi
dell’Amazzonia. La demarcazione delle terre indigene, cosí osteggiata dai
ricchi capitalisti che hanno ancora in mano il potere politico di decisione,
oggi sfidati da un presidente giá anziano proveniente dalla povertá di una
famiglia nordestina e migrante; il riconoscimento del diritto alla vita sulla
Terra Madre, ci offre una visione alternativa e creaturale, che viene da Dio,
sulla pacifica convivenza dei Popoli. Giá Francesco di Assisi, di cui
celebriamo l’anno giubilare, si chiedeva il perché la vita deve essere questa
lotta infinita per il potere, questa contrapposizione per dominare sull’altro;
e non puó essere gioia di essere amati dal Creatore, come gli uccelli del cielo
o i fiori del campo. Diceva Francesco: se è vero per loro, perché non puó
esserlo per noi, che siamo figli e figlie molto amati da Colui que è nosso
Padre nei cieli? Cosí la libertá dei popoli dell’Amazzonia, che rivendicano il
diritto alla Terra, non per possederla, ma per viverci, è ancora la promessa
del Dio e Padre di Gesú, il Liberatore, che offre una Terra Promessa affinché
tutti possano vivere in pace. La Terra è sempre “promessa” perché non
appartiene a qualcuno in particolare, ma è di tutti, del popolo che si
organizza affinché, cominciando dai piú deboli, tutti abbiano vita e vita
abbondante. La Terra con tutti i doni concessi dal Creatore: l’acqua dolce, le
piante e gli animali, e tutte le risorse minerali e energetiche indispensabili
per la vita. Non serve fare guerra per il petrolio o per comprare i ghiacciai
della Patagonia Argentina, per assicurarsi il dominnio sulle risorse; sono dono
del Creatore per la vita di tutti i popoli. È indispensabile passare da una
logica dell’interesse e del libero mercato, a una scelta di condivisione e di
mercato globale finalizzato non alla ricchezza di pochi, singoli o nazioni, ma
alla Vida con dignitá per tutti.
Permettetemi di concludere questi auguri pasquali, questo
ringraziamento perché non ci lasciate mai soli, con la Parola di questa quarta
domenica di Quaresima, la domenica della gioia. Il “cieco nato”, dopo la sua
guarigione operata da Gesú, non è piú riconosciuto dalle autoritá
politico-religiose. Quasi a voler negare ad oltranza, negare l’innegabile. Dice
il cieco: io non so chi sia colui che mi ha aperto gli occhi, só solo che prima
ero cieco e adesso ci vedo! Il futuro e la speranza non stanno in coloro che sono
ciechi nell’ostinazione dei loro errori e del loro peccato (cfr. papa Leone),
ma in coloro che erano ciechi, ma, nella fede-fiducia nel Creatore e Padre, ora
vedono con gli occhi del cuore e della Veritá.
Grazie a tutti e continuiamo a credere nella Pace
disarmata e disarmante. Buona Pasqua di Risurrezione!
Santo Antonio do Içá, 15 marzo 2026 – quarta domenica di
quaresima nella gioia.
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