domenica 25 ottobre 2026

LA MISSIONE TRA COMUNITÁ SUL FIUME E LA CITTÁ

 




Paolo Bizzocchi

 

Carissimi tutti e tutte,

vi scrivo all’inizio di questo giorno particolarmente “caldo”, non solo perché già alle 8 di mattina il sole picchia senza risparmiarsi, ma soprattutto perché oggi tutto il Brasile si ferma per votare, in una tornata elettorale che potrà avere una grande importanza non solo per noi che viviamo qui, ma per gli equilibri mondiali: una vittoria di Bolsonaro di fatto significherebbe consegnare in mano a Trump uno dei luoghi più ricchi di terre rare del mondo e fare di tutto il Sud America il (tristemente) famoso “giardino di casa” degli Stati Uniti.

Scrivo mentre d. Marco celebra la Messa del mattino nella chiesa matrice; io celebrerò quella della sera, alle 19.30. Tutte le altre celebrazioni sono state tolte, perché le comunità hanno detto che non avrebbero partecipato: il voto chiede spostamenti e tempi di attesa considerevoli, per cui sarebbe stato molto difficile riunire assemblee liturgiche.  Stasera io celebrerò quando saranno in arrivo i primi risultati ed in giro ci sarà molta effervescenza e tensione: non è certo che qualcuno si staccherà dalla televisione per venire a Messa. Poi facilmente “scoppierà il mondo”, con i sostenitori del vincitore a bere, strombazzare sulle strade, sparare fuochi di artificio a go-go, ed i sostenitori del perdente a bere e basta (tanto la birra e la cachaça l’hanno già comprata, in qualche modo bisogna pur usarla…)

Casa parrocchiale ristrutturata


Veniamo alla vita reale. Giovedì abbiamo fatto festa con i nostri “pedreiros” (muratori), perché dopo circa un anno abbiamo finito i lavori di ristrutturazione della casa parrocchiale dove viviamo. È stato un lavoro considerevole, per il quale devo ringraziare tantissimo d. Gabriele Carlotti, senza il quale non si sarebbe mai partiti, ed anche d. Marco che in quanto a capacità imprenditoriali si sta dimostrando un degno successore di d. Gabriele. Io tiro i fili elettrici, e questo mi basta…  È stato un investimento anche economico grande ed anche in relazione a questo vi ringrazio molto del vostro costante aiuto.  Ne è valsa la pena? Io credo proprio di si, perché per i preti che verranno dopo di noi significa avere un ambiente ordinato e sicuro, che speriamo duri molti anni, e per la comunità avere una “casa” nella quale sentirsi accolti in famiglia.

Questo ci apre anche alla possibilità di iniziare ad accogliere volontari per lungo tempo, dando una sistemazione abitativa semplice, ma decorosa e sicura. Sarebbe proprio bello che qualcuno cominciasse a pensare di venire a vivere qui per un periodo (minimo sei mesi, ma sarebbe meglio un anno…) per condividere ed arricchire la nostra missione. Pe. Marco ed ir. Mariana habbo ricominciato ad andare sul fiume, dopo un fermo di un mese per una situazione non chiara che si era creata; le comunità li hanno accolti con gioia ed in novembre torneranno per quattro giorni per vivere al DNJ (Giornata Nazionale della Gioventù) delle comunità del fiume.  Poi io farò il giro delle altre comunità: sono sempre giorni particolari ed a volte un po’ affaticanti, ma immergersi un poco in questa umanità così diversa è una grande ricchezza (poi d. Marco mi ha detto che nelle comunità ricordavano il mio nome, quindi torno da loro molto volentieri…)



Io sono rimasto in città ed inizio ad essere più coinvolto nelle attività legate alle persone fragili. Nelle visite al carcere sto vivendo la gioia grande di un gruppetto di donne che stanno venendo con costanza, arricchendo molto il breve tempo della visita settimanale.  Poi sono stato chiamato a visitare una donna della mia età con una situazione sanitaria gravissima, per la quale qui non ci sono gli strumenti per intervenire ed una trasferta a Manaus è impensabile: vedere la capacità di “stare vicino” in silenzio del marito e della figlia minore di 11 anni colpisce e fa riflettere; non rivendicazione, non disperazione, ma silenzio e presenza. Siamo stati chiamati anche a visitare una famiglia dove il figlio di 17 anni ha tentato di impiccarsi: non si sa come, ma la sorella che l’ha trovato è riuscita a tagliare la grossa fune ed a salvarlo.  Un dramma nel dramma, perché la disperazione del ragazzo è nata dalla trasferta a Manaus della fidanzata: era insidiata dal compagno della madre, che anziché difenderla denunciando o cacciando il compagno, l’ha mandata da parenti.  Siamo andati a trovarli un paio di volte, incontrando anche il ragazzo. Venerdì gli abbiamo detto che sabato avremmo avuto una Messa nel barrio vicino e con nostra sorpresa loro sono venuti; ir. Mariana ne ha approfittato per inviare il ragazzo ad aiutarla nell’oratorio che stanno iniziando in questo quartiere. In tanto buio, una luce molto bella!

Nell’attesa del “Brasile che verrà”, a partire da domani, vi saluto. Intanto noi andiamo avanti; con Lula o con Bolsonaro la nostra missione non cambia: condividere la vita e la fede con questo popolo così vivo e provato, raccogliendo tanto e cercando di dare qualcosa. Il Signore ci accompagni!

d. Paolo

sabato 17 ottobre 2026

Buon cammino missionario a tutti!

 





Gabriele Carlotti

 

Parlare di “missione” vuol dire “dono della vita”. Non è forse questa la vocazione battesimale di ognuno di noi che siamo venuti alla fede e siamo rinati dall’acqua e dallo Spirito? Per questo il Concilio Vaticano II° ci ha ricordato che la Chiesa (che siamo tutti noi uniti in Cristo) o è missionaria o non è Chiesa, la Chiesa del Signore Gesù che ci ha inviati a portare in tutto il mondo la Buona Notizia del Vangelo. Per questo la Missione della Chiesa non riguarda solo “le” missioni, ma è la testimonianza della vita per la vita di tutti: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, ma se muore produce molto frutto”. Gesù è questo chicco di grano ‘marcito’ nel dono di sé sulla croce, che ha prodotto una spiga super-abbondante aprendo a tutti i popoli di tutti i mondi conosciuti il dono di una vita nuova, una vita risorta. In questa logica di fede, subito dopo il Concilio anche la nostra Chiesa locale si è aperta alle terre di missione: Madagascar, India, Brasile, Albania, Rwanda e, per ultima, l’Amazzonia. L’essere ripartito, sette anni fa, dopo i diciassette anni passati in Brasile a Ruy Barbosa, non è stata nostalgia, ma il frutto di un cammino che non si era interrotto al suo ritorno, ma sempre ripensato, nell’accoglienza dei profughi e dei migranti, nel percorrere le notti dei trans e delle ragazze prostituite sulle nostre strade, incarnato nelle Comunità dell’Unità Pastorale fatte di liturgia, giovani e famiglie, anziani e ammalati, bambini e non-praticanti; un cammino fragile, ma ancorato nella fede battesimale, chiamata a condividere la speranza di una Buona Notizia.

Nel 1993, quando d. Eugenio ci chiese di celebrare la festa di San Lorenzo, a Colonia di Itaetê, io e d. Vittorio partimmo da Utinga e dopo oltre tre ore di viaggio, superando diversi ostacoli, arrivammo a Colonia. Troppo tardi, in ritardo di un’ora rispetto alla celebrazione della messa, ma fummo accolti con gioia dalla Comunità, che aveva già celebrato la sua fede, condiviso la Parola di Dio e si era già alimentata all’Eucaristia custodita nel tabernacolo. La Comunità ci accolse con gioia: “pensavamo non veniste, ma siamo molto contenti che siate qui con noi, venite, pranziamo insieme e facciamo festa col nostro patrono San Lorenzo, amico dei poveri e dei piccoli”. Così conobbi la Chiesa fatta di piccole Comunità capaci di valorizzare ogni persona, conobbi una fede semplice e disposta a vivere e celebrare la speranza e la responsabilità del suo proprio battesimo. Questa testimonianza gioiosa mi ha contagiato e ha aperto uno sguardo nuovo sull’essere chiesa-comunità. Come il vescovo Baroni ci aveva insegnato: “Nessuno può dire solo la mia parrocchia o solo la mia diocesi, ma siamo tutti a servizio della Chiesa universale perché il Vangelo sia annunciato a tutti”. E le parole del vescovo Andrè: “Non ho i preti che vorrei, i laici che vorrei… ma i preti che mi sono stati dati e i laici che vivono in questa terra: con voi sono fratello e chiamato a camminare insieme per annunciare con la vita il Vangelo”. La Missione allora supera gli oceani e le terre lontane, è un movimento di “andata” e “ritorno”, è un modo di essere cristiani credenti, discepoli-missionari, affinché in ogni luogo il Vangelo sia annunciato con la vita e il battesimo sia fonte di gioia e di responsabilità verso tutti, perché non venga meno la speranza e la pace.

Quando nel 2019 sono ripartito per l’Amazzonia ho ritrovato le piccole Comunità. La città di Santo Antonio organizzata in dodici Comunità, una per ogni quartiere, luoghi di ascolto della Parola, di condivisione della Carità e di attenzione alla situazione di povertà di tante famiglie: luoghi per celebrare la fede eucaristica che ci alimenta e ci sostiene insegnandoci a condividere. Anche lungo i fiumi sono tante le Comunità, di etnie diverse: Tikuna, Kambeba, Kokama e Caixana; alcune dei cento ottanta popoli indigeni che ancora abitano la grande foresta. Cattolici e protestanti di molte denominazioni, ma tutti uniti nell’unico sentire ancestrale di una foresta e di molti fiumi animati dall’unico spirito. Mi ricordo della Comunità Kokama di San Lazzaro, circa a metà del fiume che proviene dalla Colombia e si getta nel Rio delle Amazzoni, quando siamo arrivati, dopo alcuni giorni di navigazione, la piccola chiesetta era inutilizzabile, già abbandonata da tempo, e il Cassique (lider) lamentava la non curanza delle famiglie. La figlia aveva fatto una promessa, quando le nacque una bambina speciale, di costruire una nuova chiesetta, vicino a casa, per chiedere l’aiuto divino. Così l’abbiamo aiutata e con la collaborazione degli uomini che procurarono il legno in foresta, in poco tempo è stata costruita la nuova cappella della Comunità. La signora ne divenne subito l’animatrice della Parola e della catechesi, che in seguito passo alle ragazze giovani, e tutte le domeniche la Comunità cominciò a riunirsi per la Celebrazione della Parola e poi per far colazione insieme, ognuno portava qualcosa per essere condiviso. Oggi hanno inventato un cammino nuovo per essere più vicini anche alle famiglie meno assidue: una domenica celebrano nella cappella della Comunità, e l’altra domenica la Comunità celebra nella casa di una famiglia, scegliendo quelle che hanno più difficoltà a partecipare. Così ho imparato come sia importante usare l’iniziativa, anche la fantasia affinché nessuno venga lasciato indietro nel cammino della Comunità; come sia importante uscire verso l’incontro con l’altro, ascoltare senza giudicare, condividere e fare il possibile per camminare insieme. Mi venivano in mente le parole dell’apostolo Paolo: “Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare ad ogni costo qualcuno”.

Così è la Missione: discepoli dell’unico Signore, attenti a non strappare la tunica tessuta tutta di un pezzo, sempre pronti anche a fare un passo indietro per non perdere nessuno, attenti a coloro che si allontanano perché non si sentano abbandonati, guardando a Lui più che a noi stessi, privilegiando la prassi alle ideologie, la vita alle regole, sempre amanti della giustizia; missionari dell’unico Vangelo, che è la vita vissuta del Signore, l’amore per i piccoli e per i poveri, per gli ammalati e gli esclusi, giovani nell’entusiasmo e sempre portatori di una speranza che non delude, operatori di pace. Discepoli-missionari che vivono il proprio battesimo nella consapevolezza di essere amati e salvati da Colui che ha donato la sua vita per noi e per tutti. Testimoni del Vangelo della giustizia e della pace, portatori di una nuova umanità improntata a una ecologia integrale: rispettosi della creazione e di tutte le persone, senza distinzioni, ma procurando sempre quell’uguaglianza che ci rende fratelli tutti. La grande foresta continua così a custodire la vita, nel segno del Creatore; e noi come figli dell’unico Padre viviamo riconciliati nel battesimo che ci ha resi cristiani, fratelli e sorelle in Cristo. La Missione ci fa essere Chiesa-in-uscita, che sa ascoltare ed accogliere, chiesa-sinodale che cammina e prende decisioni nel dialogo con tutti e nel rispetto delle diversità di ognuno, che sono sempre una ricchezza e possibilità di un passo nuovo e fedele. Allora in questo ottobre missionarie e in questo nuovo anno pastorale, buon cammino a tutti! 

domenica 4 ottobre 2026

SITUAZIONE POLITICA IN BRASILE

 


 


 

Ciao a tutti e tutte! State bene?

Oggi qui regna un insolito silenzio: dopo l’incredibile baccano di settimane di campagna elettorale fatta con la violenza di altoparlanti sparati al massimo, clacson e fuochi artificio, siamo arrivati al giorno del primo turno delle elezioni. Qui le elezioni durano un solo giorno e terminano alle quattro del pomeriggio (da voi, stasera alle 22); per questo diverse comunità hanno sospeso le celebrazioni, perché le persone devono recarsi a votare e vanno già la mattina presto a mettersi in fila. Il diritto di voto parte dai 16 anni, che con una popolazione così giovane significa che i giovani hanno un peso rilevante, e dopo i 18 anni diventa un obbligo, anche se la sanzione per chi non va è una multa simbolica di tre reais.  Il Brasile ha un avanzatissimo sistema di voto elettronico e per questo oggi poco dopo delle 16 avremo già i risultati definitivi delle votazioni, ed il silenzio finirà...

Si vota sia a livello di Stato, qui lo stato di Amazonas, con l’elezione del Governatore e dei deputati, sia a livello Federale, con l’elezione del Presidente, dei deputati e dei senatori.  La campagna elettorale tra il popolo è stata concentrata soprattutto sui deputati statali e federali, perché la speranza è quella di eleggere deputati che appoggeranno la città con aiuti economici, indipendentemente dal partito. Per questo anche il Prefetto (sindaco) si è speso in modo molto aperto – ed anche un po’ coercitivo – perché vengano votati candidati che appoggiano economicamente la città. A livello più alto c’è la votazione del Presidente, che qui avviene per elezione diretta. Se oggi un candidato passerà il 50% sarà già eletto (non è escluso che avvenga), altrimenti il 25 ottobre ci sarà un ballottaggio fra i due candidati più votati. Teoricamente i candidati alla presidenza sono tredici, ma di fatto tutto si restringe nella lotta serrata fra l’attuale presidente Lula, della sinistra, e Flavio Bolsonaro, rappresentante dell’estrema destra e figlio dell’ex presidente Jair, condannato per il tentato colpo di stato di quattro anni fa.

Sono due candidati particolari, perché Lula ha 81 anni, ma una lucidità mentale e politica impressionante, mentre Bolsonaro, di 45 anni, è un uomo assolutamente privo di capacità ed incriminato per reati di peculato, che ha come unica forza politica il fatto di essere il figlio del ex presidente Jair. La posta in gioco è molto alta e Lula, parlando all’ONU, non ha esitato a definirla una scelta fra la democrazia e l’indipendenza contro la cessione del paese agli Stati Uniti d’America ed alle grandi compagnie minerarie. Purtroppo, è vero. Bolsonaro, con l’appoggio del fratello Eudardo “auto esiliato” negli Stati Uniti alla corte di Trump, ha pubblicamente dichiarato l’intenzione di aprire in modo incondizionato il paese alla presenza politica ed economica degli Stati Uniti. Di fatto questo significherebbe che quasi tutto il Sud America diverrebbe (nuovamente) una colonia politica ed economica degli Stati Uniti, che già hanno un fortissimo potere in Argentina, Colombia, Venezuela ed altri stati sudamericani.

Lula e Flavio Bolsonaro


Per la foresta amazzonica sarebbe un disastro, perché Bolsonaro ha già dichiarato che limiterebbe molto i severi limiti imposti alle estrazioni di oro, terre rare e petrolio. Di fatto i garimperiros, che estraggono illegalmente l’oro devastando il fiume, appoggiano tutti Bolsonaro. Altro forte problema sarebbe probabilmente la forte riduzione dei sussidi e la limitazione del salario minimo, attualmente legato all’inflazione. Per una parte non secondaria della nostra popolazione significherebbe tornare ad una povertà anche alimentare dalla quale negli ultimi anni era emersa soprattutto grazie alle politiche di sostegno di Lula. Con questo non voglio incensare l’opera politica di Lula, che pure ha i suoi limiti (la forte sussidiazione non sempre aiuta lo sviluppo reale), ma la prospettiva opposta sarebbe veramente preoccupante.

La Conferenza Episcopale Brasiliane se è espressa sulle elezioni


Insomma… stasera vedremo come và e di certo entro il 25 avremo una prospettiva più chiara di ciò che ci aspetta Qualcuno, un po’ sottovoce, mi ha chiesto: “e tu chi voteresti?”: ho risposto “se un po’ mi conosci, ascolti quello che dico e guardi quello che faccio, lo capisci da solo…” In tutto questo, merita una nota il modo di agire della CNBB, la conferenza dei vescovi del Brasile. Nel tempo elettorale al CNBB si è esposta molto, non certo indicando il candidato (come fanno le chiese evangeliche), ma richiamando più volte ed in diverso modo i valori fondamentali della Dottrina Sociale Cristiana ed i criteri per un corretto discernimento elettorale.  Personalmente ho apprezzato molto questo loro modo di agire, molto incarnato nella vita del paese ed al contempo molto chiaro sul ruolo che spetta alla chiesa in questo contesto.  I bolsonaristi e lo stesso Bolsonaro alla fine della campagna elettorale hanno attaccato i vescovi dicendo che appoggiavano Lula, ma di fatto loro hanno solo richiamato la Dottrina Sociale in tutti i suoi aspetti; se agli occhi dell’estrema destra questo ha significato appoggiare la sinistra, c’è da riflettere bene…

 



Come frutto della Campagna della Fraternità della scorsa quaresima, in collaborazione con la Prefeitura ed i Servizi Sociali stiamo sistemando due case. Qui ne vedete una. La casa in legno è quella attuale, nella quale vivono otto persone che stanno diventando nove. Attorno a questa, stiamo costruendo la nuova casa in mattoni, più grande e col bagno.

 

Con le famiglie dei 18 bambini battezzati mercoledì sera. Ieri sera invece abbiamo battezzato tre giovani. Abbiamo sempre giovani ed adulti che chiedono il Battesimo: questa settimana una giovane coppia che poi vorrà sposarsi in chiesa.


E a 62 anni... per la prima volta sono diventato pescatore!

 

Ho scritto molto e di cose noiose. Perdonatemi, ma quello che sta succedendo qui oggi è molto importante non solo per il Brasile, ma per l’intera America Latina ed il mondo (il Brasile è il secondo depositario di terre rare al mondo…). Vi prometto che al più presto scriverò di cose più feriali e vicine al cuore.

 

Il Signore ci accompagni!

d. Paolo

sabato 12 settembre 2026

IL PROBLEMA DELLA TERRA A SANTO ANTONIO DE IÇA

 

Santo Antonio negli anni '70

Ciao a tutti e tutte, rieccomi qua.

Teoricamente avrei dovuto scrivervi prima, per poi partire sul Rio Içá, ed altrettanto teoricamente in questo momento non potrei scrivervi perché dovrei essere sulla barca e ben lontano da Internet. Invece sono qui seduto alla scrivania del mio ufficio e vi scrivo, perché una serie di circostanze ci hanno portato ad annullare questo viaggio, contando di poterlo realizzare in ottobre.

Tornando dal Rio ad agosto, con d. Marco ci siamo detti: “dovremmo finalmente avere davanti un periodo normale, da vivere serenamente…”.  Si: abbiamo avuto un periodo normale, nella normalità di qui… che significa che ogni giorno ce n’è una nuova, quando non due.

La più rilevante è stata una convocazione del tribunale per il terreno ove da decenni abbiamo una comunità ed una cappella: una società costituita nel 1984 per fare una stazione televisiva locale rivendica il terreno che le era stato donato dalla Prefeitura (il Comune) per realizzare l’emittente, che di fatto non è mai nata in modo pieno. Tristemente, a capo di tutto questo c’è una chiesa con il suo Pastore, che da tempo sta cercando di edificare una nuova chiesa al fianco della nostra cappella. Fortunatamente la causa non coinvolge solo noi, ma anche diversi altri soggetti che nel tempo hanno costruito nell’area, tutti con regolari certificati di proprietà come noi (dal 1991), e questo dà molta forza alla nostra posizione.

Santo Antonio negli anni '70 era raggiungibile solo con l'idrovolante


La cosa importante è che questo evento, che speriamo di chiudere senza troppi danni, riflette una situazione che si presenta più volte, spesso a danno dei più deboli.  Non esistendo catasti storici (ora la Prefeitura sta provando a fare un primo catasto della città), la proprietà di un terreno è certificata dal possesso del documento di proprietà più antico. A parole tutto funziona bene, ma di fatto esiste un mercato di documenti contraffatti, usati soprattutto per espropriare popolazioni indigene o ribeirinhe o abitati poveri, che non possiedono documenti adeguati. Un possidente si presenta con una “vecchia” carta che certifica la proprietà della sua famiglia e riesce ad avere l’avvocato ed il giudice giusto ed il gioco è fatto… anche con popolazioni che risiedono sul territorio da decenni. Per questo, diverse comunità del fiume affrontano il difficile cammino per ottenere la demarcazione della loro terra come “zona indigena” ed avere in questo modo tutele legali contro le mire di possidenti interessati ai loro territori.

Parlando della nostra situazione, una delle persone coinvolte nella causa e che nella vita ha avuto una pratica amministrativa di lungo corso, con molta franchezza ci ha detto: “non esiste avvocato buono o avvocato cattivo, esiste solo l’avvocato che è amico del giudice e quello che non lo è…”. Di fatto il tema della corruzione, ed in questo periodo elettorale della compra dei voti, è rilevantissimo. Il popolo lo vive un po’ con rassegnazione ed un po’ cercando di avere la sua piccola parte di guadagno personale.  La formazione di una coscienza civile è un compito grande e davvero arduo; in questo periodo i vescovi del Brasile si stanno impegnando con diversi video (non sempre digeribilissimi…) e scritti per comunicare alla popolazione la necessità ed i criteri per vivere le elezioni con vero spirito democratico, ma è una lotta molto ardua.



Qui si viaggia a promesse (che tutti sanno false, ma che continuano ad affascinare…) e canti inneggianti al candidato, sparati a volume altissimo: mentre vi scrivo ho le orecchie intontite da due ore di musica ripetitiva del politico che è qui oggi, circa un minuto di ritornello sparato al massimo volute e ripetuto senza sosta, fino ad intontire. Un paio di settimane fa è venuto il “candidato del prefetto” ed il seguito esultante è stato impressionante… tutte le famiglie dei dipendenti degli uffici comunali (che sono diverse centinaia), tutti quelli che ricevono un sussidio comunale (che sono altre centinaia…) o che sperano di riceverlo (che sono tutti gli altri…), tutti quelli che credono nelle promesse di quel candidato, forse qualcuno interessato alla sua linea politica…

“Quella persona si sta impegnando molto per quel candidato…” “si, le ha fatto avere un posto di lavoro rilevante…”. Il 4 ottobre (e probabilmente il 25 per il presidente) vedremo come va. La tensione è alta, segnata da scandali che coinvolgono soprattutto il candidato della destra ed ora anche il Supremo Tribunale Federale (l’organo giudiziario di massimo livello del Brasile).

Una preoccupazione di rilievo è a livello internazionale: il candidato presidente della destra è stretto alleato di Trump, che dopo essersi appropriato del petrolio del Venezuela sta mirando in modo abbastanza chiaro alle terre rare del Brasile. Anche i garimpeiros che perforano ed inquinano il Rio stanno tifando per lui, perché di certo attenuerebbe molto i vincoli ambientali che tentano di frenare il loro “lavoro”. Poi c’è il fatto gravissimo dell’implicazione religiosa, ma non comincio nemmeno a parlarne perché ci vorrebbe troppo tempo; magari lo farò la prossima volta.

Intanto vi saluto e torno alla mia “normalità” caotica, con l’assordante musichetta del candidato che continua ad entrarmi dalla finestra.

 

Un abbraccio a tutti, il Signore ci accompagni!


domenica 23 agosto 2026

VIAGGIO SUL FIUME PUTUMAYO

 



Paolo Bizzocchi

 

Ciao a tutti e tutte, rieccomi a voi.

Vi scrivo al termine del viaggio mensile sul Rio Içã che, teoricamente, dovrebbe porre termine ad una serie di impegni mentali e materiali che mi hanno impegnato dall’arrivo dall’Italia ad ora. Insomma, ora forse posso sperare di entrare in un ritmo di vita un po’ più “normale”, che ho quasi dimenticato.

Voglio parlarvi un poco del viaggio sul Içã (o “Putumayo”, secondo la denominazione indigena ancora usata in Colombia), il fiume che per 350 km, fino al confine con la Colombia, delinea il territorio della nostra parrocchia. In questa lunga striscia d’acqua attualmente abbiamo diciannove comunità. Un paio le abbiamo perse recentemente: una per “morte annunciata”, perché ci accoglievano per la Messa, ma di fatto aderivano alla religione locale della Cruzada; la seconda per una “morte schoccante” (speriamo non definitiva), perché pur essendo una comunità molto viva è improvvisamente passata nelle mani di una chiesa evangelica. Allo stesso tempo si sta aprendo la possibilità di una nuova comunità, che sarebbe la ventesima: una aldeia (villaggio) di un affluente del Içã ci ha chiesto di essere visitata. Si chiama “Nova floresta” e nel prossimo viaggio tenteremo di raggiungerla. Il viaggio ha avuto due fasi: una prima, molto breve, con i giovani campisti italiani e la seconda con il fido Moises, che, come pilota e ministro, accompagna sempre i nostri viaggi.

Emmanuele, Edoardo e Lisa


Del viaggio con i campisti italiani vi parleranno loro, se li chiamerete. Io posso solo dire che mi ha fatto riflettere vedere accostati due mondi così differenti: quello dei nostri giovani, pieni di possibilità e curiosità ed a volte resistenti a lasciarsi toccare nel profondo, e quello del popolo del fiume, caratterizzato da una vita essenziale e semplicissima, costruita sull’oggi senza molta programmazione del futuro, con un silenzio ed una lentezza che a volte disorienta. Non voglio dire che uno è meglio dell’altro, ma che sono due vite davvero diverse ed entrambe piene di umanità.

Mi ha colpito la frase di un residente: “qui stiamo bene perché abbiamo il pesce nel fiume, le galline ed il maiale nel cortile, la frutta sugli alberi; in città se non hai il denaro non hai nulla”.  La curiosità giovanile dei nostri italiani li ha portati anche a comprare da un cacciatore e cucinare un pezzo di un giovane jacaré (il nostro coccodrillo…): un modo simpatico di sentirsi un po’ più amazzonici!

Poi io e Mosé abbiamo iniziato la nostra fase del viaggio. Di questa mi ha colpito soprattutto il silenzio, favorito anche dalle difficoltà di comunicazione con Moises, che ha un portoghese strettissimo che più volte stento ancora a capire.



Qui il silenzio è davvero silenzio, perché anche la foresta ed il fiume sono lenti e quasi discreti, pur essendo immensi ed anche violenti. Così è anche la vita dei villaggi del fiume: piccole comunità nelle quali sono quasi tutti parenti, ove arrivano poche notizie e le novità si contano sulle dita di una mano, dove il giorno comincia quando comincia e finisce quando il sole cala, perché molte non hanno l’energia elettrica in modo stabile, dove il ritmo è quello del fiume che alza ed abbassa il suo livello, della pioggia imprevedibile e del sole cocente, dell’attesa dei pescatori per vedere “se oggi c’è il pesce”, del cibo che chiede tempo per cuocere sulla brace, della biancheria da lavare a colpi di bastone sul fiume, della medesima acqua del fiume che serve per lavare pezzo a pezzo il corpo, le stoviglie ed il pentolame, pulirsi i denti, eventualmente per berne un sorso, giocare e fare tante altre cose; il tempo dei viaggi in città con ore in mezzo al fiume sulle canoe di legno o sulla balieira di alluminio, entrambe con un piccolo motore che non consente alte velocità (anche perché benzina e nafta costano…).

Scendere dalla nostra comoda barca ed entrare in queste realtà è più di un salto sul pontile o sulla terra un po’ fangosa: è entrare in un mondo diverso, che segue altre categorie, che gioisce di altre cose, che vive altre povertà e si pone altre domande (o evita di porsele, perché la risposta è già scritta nella realtà della vita).  Non è sempre un salto facile, perché noi vorremmo trovare il nostro mondo ed il nostro stile… ed invece tutto si muove attorno silenziosamente, a volte come se noi non esistessimo. In realtà si accorgono bene del nostro arrivo, ma se stanno facendo qualcosa (compreso il riposino…) lo finiscono, poi arrivano: che fretta c’è? Vivendo tutto questo penso alle persone con cui vorrei condividerlo e mi dico: cosa ho fatto io per avere questo privilegio? Che merito ho per poter entrare in questa realtà così difficile e così affascinante? Riuscirò a starci dentro senza rompere il delicato equilibrio che la regge? C’è davvero qualcosa che io posso lasciare qui?



Ne approfitto per ringraziare tutti quelli che ci sostengono economicamente, perché i viaggi sul fiume sono molto costosi: nafta, manutenzione della barca, pilota… sono un costo notevole (un giorno proverò a fare un conto) e senza sostanziosi aiuti dall’Italia di certo dovremmo abbandonare queste comunità o ridurre di molto la nostra presenza.

Quindi, un grande grazie a tutti, sottolineando che questo mese dalla UP “Gioia del Vangelo” sono arrivati 1170€.

Il Signore ci accompagni!

pe. Paolo 


venerdì 21 agosto 2026

CINQUE GIOVANI DI REGGIO EMILIA A SANTO ANTONIO DO IÇA: LA LORO TESTIMONIANZA

 



 

Buoni ultimi giorni di estate a tutti!

Come tutti gli anni la nostra diocesi ha dato l’opportunità a decine di giovani di visitare ed incontrare le nostre realtà missionarie. Quest’anno la nostra montagna è stata particolarmente attiva, con ragazzi presenti in tutto il mondo: da Ruy Barbosa (Brasile) al Madagascar; dall’Albania, meta di vari gruppi giovanili diocesani fra cui quello di Castelnovo ne’ Monti e San Pietro in Reggio, alla Sierra Leone nell’inverno passato. In questo tempo di corsa agli armamenti, cioè corsa alla paura e alla chiusura, i nostri giovani ci chiedono più che mai di aprire, di uscire, di incontrare: è evidente! E loro sono stati accompagnati … e preceduti … da molti adulti che sono stati negli stessi luoghi, a volte più e più volte nella vita, esempio di servizio e di apertura, di amicizia con persone e culture molto differenti e di capacità di ascoltare e seguire i propri sogni. Termino qui la mia lettera, ringraziando per queste testimonianze di “estati in ricerca”. Metto di seguito ciò che hanno scritto i 5 ragazzi della nostra diocesi che abbiamo ospitato qui a Santo Antônio do Içà dal 9 al 18 agosto. Loro sono partiti dall’Italia il 28 luglio, hanno passato 9-10 giorni a Manaus con il nostro Don Paolo Cugini e poi hanno chiuso il campo qui, in Amazzonia.

Siccome la lettera è già abbastanza lunga così chiudo, ma spero di poter condividere nei prossimi mesi anche le lettere di altri nostri giovani che hanno fatto la stessa esperienza in altri luoghi. Don Marco Lucenti

Un abbraccio a tutti!

 

Dieci giorni per imparare ad abitare

 

Dopo dieci giorni di missione a Santo Antônio do Içá, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, torniamo a casa con la consapevolezza di aver ricevuto molto più di quanto siamo riusciti a dare.

 

Questi giorni ci hanno permesso di incontrare una realtà lontana dalla nostra, ma soprattutto persone capaci di insegnarci un modo diverso di stare al mondo. Abbiamo conosciuto la comunità cristiana locale, incontrato il popolo Ticuna e avuto l'opportunità di avvicinarci anche alla realtà del popolo Kokama, in particolare attraverso l'esperienza di Tamara.

 

In questi incontri abbiamo scoperto quanto possa essere profondo il legame tra un popolo e la terra che abita. Qui la terra non è semplicemente qualcosa da possedere o da sfruttare. La foresta, il fiume e tutto ciò che li circonda fanno parte della vita quotidiana, della memoria e dell'identità delle persone.

 

Per i Kokama, e per Tamara in particolare, questo legame è apparso ai nostri occhi in tutta la sua bellezza. Il fiume è presenza costante, fonte di vita, spazio di incontro. La foresta è una realtà con cui convivere, da conoscere e da rispettare. La terra racconta la storia di chi l'ha abitata prima e continua a custodire quella di chi la abita oggi.

 

Forse una delle lezioni più importanti che portiamo con noi è proprio questa: non siamo separati da ciò che ci circonda.

 

Nella nostra quotidianità siamo spesso abituati a considerare la natura come qualcosa di esterno, uno spazio in cui andare, da cui tornare, qualcosa da utilizzare o, nel migliore dei casi, da proteggere. Qui abbiamo incontrato invece un rapporto diverso: un modo di vivere in cui il fiume, la foresta e la terra non sono semplicemente lo sfondo della vita, ma ne sono parte. E questo ci interroga profondamente.

 

In un tempo in cui siamo sempre più abituati a correre, a consumare e a sentirci padroni di ciò che abbiamo intorno, l'Amazzonia sembra ricordarci che abitare un luogo significa imparare a riconoscere che quel luogo ci precede e ci supera. Significa accettare di non essere gli unici protagonisti della realtà, ma parte di qualcosa di più grande.

 

Anche questa, forse, è stata la nostra missione: non soltanto andare incontro a qualcuno, ma lasciarci incontrare. Non soltanto portare qualcosa, ma imparare a ricevere.

 

In questi dieci giorni abbiamo condiviso momenti, sorrisi, difficoltà e domande. Abbiamo cercato di avvicinarci a una realtà complessa, senza la pretesa di comprenderla fino in fondo. Perché comprendere l'altro non significa pensare di poterlo racchiudere nelle nostre categorie, ma avere l'umiltà di ascoltare la sua storia e lasciare che quella storia cambi, almeno in parte, anche noi.

 

Ripartiremo da Santo Antônio do Içá portando con noi molti volti e molti nomi, ma anche un'immagine che probabilmente resterà impressa nella nostra memoria: quella del grande fiume che attraversa queste terre e unisce luoghi e persone apparentemente lontani tra loro.

 

E se c'è qualcosa che questa esperienza ci ha insegnato è che viaggiare, incontrare e fare missione non significa semplicemente raggiungere un luogo lontano. Significa permettere a quel luogo e alle persone che lo abitano di entrare dentro di noi.

 

Per questo, al termine di questi dieci giorni, non possiamo che dire grazie. Grazie alle persone che ci hanno accolto, alle comunità che hanno condiviso con noi la loro quotidianità, al popolo Ticuna e al popolo Kokama, e a Tamara, che attraverso la sua storia e il suo legame con questa terra ci ha aiutato a guardare l'Amazzonia non soltanto con gli occhi di chi arriva da lontano, ma con un po' più di ascolto e di rispetto.

 

E un grazie speciale va anche alla Chiesa missionaria che ci ha accompagnati e reso possibile questo incontro: perché la missione, prima ancora che partire per andare lontano, è scegliere di aprirsi all'altro, camminare insieme e riconoscere, nei volti e nelle storie che incontriamo, la presenza di qualcosa che ci unisce.

Ci ha colpito profondamente vedere come, nonostante l’isolamento di queste popolazioni indigene, la fede sia ancora forte e vissuta con semplicità e autenticità.

Abbiamo percepito anche un profondo legame con il creato: la terra, il fiume e la natura circostante sono parte integrante della loro vita. Vivere così a stretto contatto con la natura richiama in modo particolare la bellezza della creazione e il senso di appartenenza a essa. È stato bello scoprire una comunità che, pur nella sua lontananza, custodisce una fede viva e un forte desiderio di rimanere vicina al creato e a Dio.

Dopo dieci giorni, ripartiamo forse con meno certezze, ma con uno sguardo, speriamo, diverso e con la a consapevolezza che, a volte, per capire davvero dove stiamo andando, dobbiamo prima imparare semplicemente ad ascoltare la terra, il fiume e le persone che abbiamo davanti.

 

Campisti amazzonici

lunedì 3 agosto 2026

VISITA AL CARCERE DI SANTO ANTONIO

 



 

02\08\26

Ciao a tutti e tutte!

Tutto bene? Le ferie procedono? Mi rendo conto come stando qua la struttura di tempo che mi era familiare non trovi più le sue caselle ove inserirsi… Luglio ed Agosto erano i mesi dei campeggi o delle ferie, i mesi delle feste estive con al centro l’Assunzione di Maria, i mesi delle cene all’aperto e delle sagre di paese; qui sono mesi di lavoro normale, con feste come nel resto dell’anno e l’Assunta viene celebrata di domenica: se non fosse per i messaggi e le foto che mi arrivano dall’Italia, non mi accorgerei che per l’altra parte del mondo, che siete voi, questi sono giorni “speciali”.

Mi manca qualcosa del luglio-agosto italiani? I “tempi programmati” ai quali ero abituato no, per nulla; l’opportunità di passare un po’ di tempo in più con persone care nelle calde serate estive… beh… penso che sarebbe triste che non mancasse almeno un poco. Però questo non porta a nostalgia, ma a lode: la bellezza dei doni che riceviamo tante volte la vediamo solo quando ci vengono a mancare ed è bello ringraziare per tutto quello che si è vissuto, molte volte senza darci peso.

In giugno e luglio non siamo andati sul fiume: in giugno perché molti di loro erano in città per la festa di S. Antonio ed abbiamo fatto l’Assemblea delle comunità del fiume, in luglio ufficialmente perché molti “cassique” (capi comunità) erano impegnati con una importante assemblea a livello regionale, di fatto anche perché i giorni del nostro viaggio avrebbero coinciso con quelli dei mondiali di calcio e, soprattutto se il Brasile fosse arrivato a livelli più alti, avremmo rischiato di arrivare nelle comunità per vedere la partita, più che per celebrare la Messa.

Ora ripartiamo, e questa volta vado io; sabato 8 nelle tre comunità sul Rio Solimoes, poi martedì 11 o mercoledì 12 partirò per il viaggio sul Rio Içá. Nei primi giorni del viaggio mi accompagneranno anche i cinque giovani reggiani che domenica 9 arriveranno da noi con d. Marco Ferrari per un campo di conoscenza della nostra realtà.

Quindi, da quando sono tornato dall’Italia ho avuto più di due mesi di tempo per vivere la città ed iniziare la nuova avventura in tandem con d. Marco Lucenti. È stato un tempo prezioso sia per entrare nel nuovo ruolo di “parroco senza d. Gabriele” che per iniziare a strutturare il cammino di “parroco con d. Marco”, pure lui parroco.

 

Dopo il “festejo” di S. Antonio ho iniziato di nuovo l’attività in carcere, che si sta rivelando sempre più importante e delicata. Ho trovato persone nuove, altre che sono uscite, altri due che sono stati trasferiti nel grande carcere di Manaus per scontare la loro pena: uno per diciotto anni, l’altro (Samuel, quello che faceva gli origami belli) per un tempo che non conosco, ma certamente molto lungo perché ha fatto un omicidio.

Quando vado loro mi fanno festa, sia perché porto cibo e materiale igienico, sia perché vado e li saluto e prego un attimo con loro, leggendo insieme il Vangelo, dicendo una parola di commento, pregando con un salmo che loro mi hanno chiesto ed aggiungendo il Padre nostro e l’Ave Maria (che anche gli evangelici pregano…).

La loro religiosità è sincera e stupisce: sono criminali? Si, ed alcuni in modo pesante. Pregano sinceramente? Credo proprio di sì. Il testo del Salmo 91 me lo hanno dato loro e mi hanno chiesto di farne copie. Quando lo recitiamo, senza che io distribuisca ogni volta il foglietto, sento molte voci: segno che hanno conservato il testo o lo hanno attaccato alle pareti.



Lo scorso martedì nel corridoietto di accesso c’erano le “due cose” di un nuovo carcerato che stava facendo le procedure per entrare, quello che lui si era portato da casa: una maglietta, un paio di ciabatte e la Bibbia.

 

Impostare la relazione non è facile, perché mi trovo davanti allo stesso tempo il colpevole e la vittima: un uomo che è vittima di sé stesso, o dell’ambiente nel quale è cresciuto, o delle sue scelte sbagliate, o alcune volte semplicemente della mancanza di un avvocato perché non può pagarlo; allo stesso tempo è un colpevole che ha rubato, a volte molestato o violentato una donna o una ragazzina, a volte spacciato droga, a volte ucciso. Le due realtà sono inseparabili e non si può guardare all’una senza guardare l’altra. Non si può guardare l’uomo colpevole senza guardare l’uomo vittima e non si può guardare l’uomo vittima senza guardare l’uomo colpevole; in ogni caso si sta guardando un uomo che è chiuso in una gabbia, non un “rifiuto della società” come alcuni vorrebbero classificarli.

Mi sto rendendo conto che occorre anche molta attenzione. Uno dei carcerati è accusato di molestia e stupro dalle giovanissime figlie dell’attuale moglie, che lo sta difendendo contro le figlie; è una situazione che stiamo seguendo anche dal punto di vista abitativo, perché la famiglia vive in un contesto molto degradato.

Ho parlato con la vice delegata della polizia di questa situazione, per verificare se le accuse erano davvero gravi ed accertate e capire come muovermi sulla casa; adesso alcuni familiari ritengono che io abbia in qualche modo interceduto per una sua liberazione…

Nulla di grave, ma capisco che in questo ambiente ci vuole molta attenzione, con tutti.

È una realtà complessa e mi rendo conto che ci si entra solo molto lentamente, con ascolto ed attenzione, perché le violenze spesso si realizzano in modo nascosto e quasi accettato.

In settimana ho avuto un incontro con la responsabile generale dei Servizi Sociali, che è un’insegnante in pensione. Mi ha fatto vedere il dato impressionante che nel nostro comune, di circa 30.000 abitanti (che corrispondono al massimo a 5-6.000 famiglie), almeno 2.000 famiglie hanno problemi con dipendenze (droga, alcool, gioco…). Commentava, con un po’ di amarezza: “ho fatto l’insegnate per 33 anni e non mi ero accorta di nulla, guardavamo solo al comportamento dei nostri bambini e ragazzi a scuola; solo ora sto accorgendomi della realtà della mia città”.

Fra poco celebreremo la Trasfigurazione del Signore: chiediamo il dono di occhi buoni per vedere le nostre realtà con la luce del suo Amore.

Il Signore ci accompagni!

d. Paolo

LA MISSIONE TRA COMUNITÁ SUL FIUME E LA CITTÁ

  Paolo Bizzocchi   Carissimi tutti e tutte, vi scrivo all’inizio di questo giorno particolarmente “caldo”, non solo perché già alle 8 di ma...