| Presepe nella foresta a santo Antonio do Iça |
Paolo
Bizzocchi
Ciao
a tutti e tutte.
Primo
“esame d’incoscienza” del 2026… con la coscienza un po’ turbata dai
recentissimi fatti accaduti alla porta di casa nostra, nel confinante
Venezuela.
Non
ho certamente l’intenzione di difendere il dittatore Maduro, ma l’aggressione
statunitense non potrà certamente essere foriera di un futuro di libertà per un
popolo che ha già sofferto tanto. Assieme
a questo, il concretizzarsi delle minacce trumpiane sul Venezuela preoccupa
perché le parole aggressive che la sua amministrazione sta rivolgendo a
Colombia e Messico non sono molto diverse da quelle con cui ha iniziato verso
l’amministrazione Maduro. Per dirla
tutta, anche in Brasile ci sono forze che stanno invocando l’intervento
statunitense per liberare il paese dal “comunista” Lula (e nell’autunno avremo
le elezioni presidenziali…). Sembra che
sia partito un domino, vediamo se e dove si fermerà…
Ma
non è di questo che volevo parlarvi. Piuttosto, la fine del primo anno solare
vissuto in Brasile mi porta a fare un po’ un bilancio ed un “esame di
coscienza” di questo primo periodo di permanenza.
Cosa
posso dire del mio primo anno brasilano?
Parto
da cosa “non posso dire”, che forse è più semplice:
-
Non posso dire che sia stato facile e leggero.
È stato un anno che ne vale almeno tre, forse cinque. Entrare in una lingua
nuova, in una cultura nuova, in uno stile di vita nuovo è uno sforzo bello, ma
anche affaticante. La mente ne risente, la memoria viaggia costantemente piena,
trovare un luogo ove rilassarsi è difficile. Questo è innegabile.
-
Non posso dire di essermi sentito solo, perché attorno a me ci sono stati in
tanti. C’è sempre stato il Signore, che non conosce limiti
di spazio, ci sono stati gli amici e le amiche di Reggio, c’è stato anche il
popolo di qui, che dopo un primo momento di smarrimento ha assunto un
atteggiamento di simpatica accoglienza dei miei limiti, c’è stato d. Gabriele,
che nonostante ci provi a fare un po’ il duro ha una bontà ed attenzione
veramente materne.
-
Non posso dire di essermi annoiato, perché ogni giorno è una cosa nuova.
A Reggio l’agenda era piena, ma a volte il tempo appariva un po’ vuoto; qui
l’agenda è quasi vuota, ma la giornata cambia ad ogni momento e si riempie di
vita.
-
Non posso dire di aver fatto fatica ad ambientarmi, perché mi
sono sentito subito in una dimensione di vita che mi si addice molto. Questo mi
ha sorpreso, ma è stata una bella sorpresa. Aspetti di vita semplice ed umana
che nel ministero reggiano rischiavano di essere un po’ soffocati dai doveri
istituzionali, nei ritmi di qui hanno subito trovato più spazio e respiro.
-
Non posso dire che verrei volentieri a casa, se non per fare un po’ di
ferie, perché questo mondo sta lentamente diventando il mio mondo. Poi,
stando ai programmi, ritornerà anche per me la vita “all’italiana”, ma ora è
chiarissimo che il mio posto è qui, non solo fisicamente (almeno per quanto
dipende da me…).
Quindi,
cosa posso dire?
-
Posso dire che il Signore sa fare i suoi calcoli e scegliere il momento
giusto. Io avevo dato al vescovo la disponibilità a partire nel momento
dell’ordinazione (11 giugno 1994), ma indubbiamente avevo bisogno di un po’ di
preparazione (19 anni di lavoro con il seminario, studio ed insegnamento,
pastorale vocazionale, esperienza in parrocchia, 11 anni da parroco…)
-
Posso dire che è bello ed importante essere parte di una chiesa diocesana
e di una comunità cristiana che accompagna e condivide. Essere
missionario diocesano (Fidei Donum) è bello, perché si agisce a nome e nella
comunione di una chiesa: che è qui non sono io, ma è la chiesa di Reggio e
Guastalla, che occasionalmente qui in Alto Solimoes è rappresentata da me, d.
Gabriele e d. Marco (oltre d. Paolo a Manaus e d. Luigi con sr. Alessandra e
sr. Annamaria delle CdC in Bahia). Questo dà molta forza e direzione.
-
Posso dire che è vivificante mettere i piedi ed il cuore lì dove si può
guardare il mondo e la vita da un altro punto di vista. Ci si può e ci
si deve provare anche da casa, ma mettere i piedi nella terra girata dall’altra
parte è un’altra cosa. Guardando la povertà e le ingiustizie del mondo dalla
nostra parte occidentale si può arrivare ad avere commiserazione, rabbia, a
volte capacità di condivisione; guardandola da qua si vede la dignità, forza e
bellezza di vite e culture che “l’altro mondo” spesso guarda con disprezzo o
sufficienza o commiserazione. E ci si duole che ci sia una parte del mondo – la
mia - che non si renda conto di essere accecata dal proprio presunto benessere
e sapere.
-
Posso dire la differenza culturale è un tesoro prezioso, ma che chiede la
fatica di scavare molto. Scavare innanzitutto dentro di sé, per
lasciarsi liberare da uno sguardo pregiudiziale e parziale; scavare nel mondo
delle persone di qua, per comprendere un po’ con che occhi guardano me, la loro
vita, il mondo e Dio.
-
Posso dire che non esiste una cultura superiore, anche se esistono
culture più sviluppate tecnicamente o nella riflessione filosofica.
Denigrare il grande cammino fatto dalla cultura tecnica e filosofica
occidentale è sciocco ed inconcludente, perché tutti noi viviamo di essa e
tanti ce la invidiano, ma usare questa come unico metro di misura per valutare
il resto del mondo è ingenuo ed ignorante, impoverisce enormemente la nostra
umanità e genera violenza di tutti i tipi. Qui ci sono persone che vivono con
basi culturali diverse, hanno sguardi sulla vita diversi, hanno un’idea della
realtà diversa… e vivono, gioiscono, piangono, credono, amano ed odiano, sono
autenticamente umane, molte volte molto più autenticamente umane di noi
occidentali. Negare questa ricchezza è fonte di grande povertà, innanzitutto
per noi.
Vi
ho fatto girare la testa con i miei “pensamenti”? Tranquilli, sta girando anche
a me…
Il
Signore ci accompagni tutti!
d.
Paolo
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