Paolo Bizzocchi
Ciao
a tutti e tutte!
Grazie
a Dio qui la domenica è domenica. Le persone stanno in famiglia o si ritrovano
fra parenti, le strade sono vuote, c’è un po’ di calma. È una cosa molto bella,
che noi abbiamo perso riempiendo il giorno festivo di “cose da fare”, perché
altrimenti ci sembra di “perdere tempo”. Di certo in questo processo di
“uccisione della domenica” noi delle parrocchie non siamo innocenti; è
verissimo che la domenica spesso è l’unico momento che ci è rimasto per fare
attività formative o aggregative, ma è anche vero che abbiamo perso tanti
aspetti belli del giorno festivo, del “giorno del riposo” che Dio stesso ha
posto già dalla creazione.
Essendo
domenica, trovo il tempo per mandarvi almeno un saluto. Dopo la partenza di d.
Gabriele il ritmo di vita non è stato e non è leggero: i lavori che continuano
(ed iniziamo a vedere la fine, anche se da lontano…), il “Trezenario” e la
festa di S. Antonio, la ripresa delle attività ordinarie, l’Assemblea annuale
della comunità del fiume, la prossima ordinazione del “nostro” gesuita Edmo…
Insomma, un insieme di cose in grado di riempite tempo, mente ed anche un po’
il cuore.
Del
Trezenario e della festa già ho parlato e non voglio stancarvi, ma posso
confermare tutto quello che ho scritto. Vorrei sintetizzare così: questo
popolo, segnato da tanti problemi e povertà, ha due ricchezze (anche di più…)
che noi abbiamo perso: il tempo e le relazioni.
Il
tempo, che non è qualcosa da riempire, ma un luogo ove abitare e cercare di
accomodarsi. Mi ha sorpreso una cosa successa ieri sera. Con un seminarista
(ora ne abbiamo qui due, che stanno facendo un po’ di esperienza pastorale)
sono andato a celebrare Messa in una comunità. Non era lontano, siamo andati a
piedi. A fine Messa vedo d. Marco che era venuto a prenderci con la macchina,
perché “ci sono due goccioline...” che in meno di cinque minuti sono divenute
una pioggia torrenziale. A Messa c’erano due mamme con figli piccolissimi che
non erano riuscite ad incamminarsi per casa prima della pioggia. Essendo gli
unici che avevamo la macchina, visto che la pioggia non accennava a diminuire
ho chiesto se desiderassero che le portassimo a casa con i loro bambini. Con un
grande sorriso mi hanno detto di no: “aspettiamo, poi andremo quando la pioggia
cala”.
Quando
calerà la pioggia? C’è voluto poco meno di un’ora prima di avere una pausa… Ma
per loro non era strano stare li ed aspettare: erano insieme, avevano i loro
figli, potevano approfittarne per parlare un poco… perché aver fretta di andare
a casa? Il tempo “vuoto, inutile, perso, scocciato…” del blocco “causa pioggia”
per loro era un tempo favorevole, un tempo da abitare, da vivere. Un tempo per
stare insieme: il resto viene poi.
Il
tempo è relazione, la relazione è il tempo bello: perché aver fretta di
perderlo? Davvero ho qualcosa di così importante da fare che non posso
rimandarlo?
Poi,
in questi tre giorni abbiamo avuto l’assemblea delle comunità del fiume, i
“ribeirinhos”. Sono arriva in tanti, da 13 comunità su 21, portando anche
bambini, giovani e ragazzi. Alcuni hanno viaggiato alcune ore, quelli delle
comunità più lontane hanno affrontato viaggi ben più lunghi. Abbiamo condiviso
un buon tempo, da venerdì a pranzo ad oggi, domenica, concludendo sempre col
pranzo. Mi hanno sorpreso e mi hanno
aiutato a rivedere molto l’idea che avevo di loro.
Nel
viaggio che avevo fatto sul fiume avevo avuto l’idea di persone piuttosto
chiuse ed a volte poco interessate, ma forse la mia paura e il distacco
interiore che ne era conseguito avevano amplificato le distanze. Qui mi sono trovato davanti a persone
desiderose di incontrarsi e parlare, che mi hanno riconosciuto, salutato ed
accolto. Il tema centrale, trattato da
personale specializzato, sono stati i diritti delle comunità indigene e
ribeirinhe e questo li ha aperti a parlare di quello che vivono ogni giorno e
del bisogno di essere riconosciuti e rispettati. Nell’ordine sociale del municipio
si trovano ad un livello molto basso, perché molte famiglie vivono grazie ai
sussidi statali, che supportano la sussistenza fatta di pesca e piccola
agricoltura, ed il livello scolastico è molto basso.
Ho
detto loro di avere il coraggio di investire per far studiare legge ad alcuni
dei loro giovani più capaci, perché possano avere il supporto di persone vicine
alla vita delle comunità. Hanno parlato anche dei problemi legati alla droga ed
all’alcool, che in queste piccole comunità sono ancora più forti perché manca
la tutela della polizia: “il cassichi (il capo comunità) conosce chi sono
quelli che portano la droga, ma non parla”, anche per paura di ritorsioni. Hanno parlato del desiderio di vivere la loro
fede nella chiesa cattolica, anche se in diverse comunità gli evangelici e gli
aderenti alla religione della “cruzada” sono la maggioranza. Hanno chiesto di continuare la presenza
assidua che d. Gabriele e Mariana hanno dato in questi anni, perché non si
sentano abbandonati.
Da
parte mia mi sono accorto che il fatto di aver lavorato quasi sempre in città
mi aveva portato alla restrizione mentale di considerare queste comunità un “di
più” e non una componente essenziale della parrocchia. Mi sono proposto di non
dire più che la nostra parrocchia ha “12 comunità” (quelle della città) “più
quelle del fiume”, ma che la nostra parrocchia è composta di “33 comunità”,
tutte con la stessa dignità ed importanza.
Così
è cominciato il mio e nostro cammino “post-Carlotti”, iniziando una conoscenza
più diretta e quotidiana con d. Marco (che ora è parroco come me) e lasciando
che il nuovo ruolo pian piano mi modelli e mi coinvolga sempre di più.
Grazie
per la vostra vicinanza. Il Signore accompagni il nostro cammino!


