domenica 15 marzo 2026

Nel palmo della tua mano

 





Gabriele Carlotti, missionário dell’Amazzonia

 


Innanzitutto um saluto fraterno a tutti, non vorrei dimenticare nessuno, come diceva papa Francesco: “tutti, tutti, tutti…”.

È bello e importante aver coscienza che nessuno è un isola, nessuna persona, nessun popolo, nessuna nazione e nessun continente. In questo nostro mondo globalizzato, siamo tutti sulla stessa barca. La barca di Pietro turbata dal vento contrario e accarezzata dalla bonaccia dell’incontro con Colui che cammina sulle acque agitate dalla furia delle onde, e da tutto quello che si nasconde nel loro movimento aggressivo e ripetuto. Cosí la storia si ripete, dalla strage degli innocenti per la mano dell'ímperialismo del Faraone d’Egitto, fino alla strage dei bambini a Betlemme per la mano di Erode, servo strisciante di un nuovo imperialismo altezzoso e superbo. Ma nessun dittatore, nessun genocida, nessun cieco si muove da solo; ha bisogno dell’appoggio di altri per non cadere, c’è una responsabilitá di chi lo ha votato e, alla fine, continua a sostenerlo nonostante tutto. Per questo non vale la teoria del capro espiatorio, c’è una responsabilitá collettiva che non puó essere taciuta. È importante ritornare alle piazze, manifestare il disaccordo. Né il Faraone nord-americano, né l’Erode del medio-oriente faranno la storia. Il sangue innocente sparso a Gaza e in Libano, a Teheran e a kiev sará semente di qualcosa di nuovo che sorge all’orizzonte. L’orso della Siberia e la tigre della Grande Muralha si risveglieranno per un nuovo equilibrio internazionale.

Dopo sei anni, camminando con i popoli dell’Amazzonia, e ventitré di missione in America Latina, lo sguardo sulla storia non puó che essere di speranza. Sarebbe stato piú facile e immediato uccidere il Faraone d’Egitto, o provocare un infarto all’Erode della Giudea, è la strada della forza e della violenza, della violazione del diritto internazionale e della sovranitá dei popoli. Ma Dio ha scelto una strada alternativa, quella di fidarsi del suo popolo, il popolo dei diseredati della Terra, popolo di stranieri in terra straniera perché solo appartiene al Creatore e non è proprietá privata ed esclusiva. In questa visione di Dio ci aiutano i popoli indigeni, nativi dell’Amazzonia. La demarcazione delle terre indigene, cosí osteggiata dai ricchi capitalisti che hanno ancora in mano il potere politico di decisione, oggi sfidati da un presidente giá anziano proveniente dalla povertá di una famiglia nordestina e migrante; il riconoscimento del diritto alla vita sulla Terra Madre, ci offre una visione alternativa e creaturale, che viene da Dio, sulla pacifica convivenza dei Popoli. Giá Francesco di Assisi, di cui celebriamo l’anno giubilare, si chiedeva il perché la vita deve essere questa lotta infinita per il potere, questa contrapposizione per dominare sull’altro; e non puó essere gioia di essere amati dal Creatore, come gli uccelli del cielo o i fiori del campo. Diceva Francesco: se è vero per loro, perché non puó esserlo per noi, che siamo figli e figlie molto amati da Colui que è nosso Padre nei cieli? Cosí la libertá dei popoli dell’Amazzonia, che rivendicano il diritto alla Terra, non per possederla, ma per viverci, è ancora la promessa del Dio e Padre di Gesú, il Liberatore, che offre una Terra Promessa affinché tutti possano vivere in pace. La Terra è sempre “promessa” perché non appartiene a qualcuno in particolare, ma è di tutti, del popolo che si organizza affinché, cominciando dai piú deboli, tutti abbiano vita e vita abbondante. La Terra con tutti i doni concessi dal Creatore: l’acqua dolce, le piante e gli animali, e tutte le risorse minerali e energetiche indispensabili per la vita. Non serve fare guerra per il petrolio o per comprare i ghiacciai della Patagonia Argentina, per assicurarsi il dominnio sulle risorse; sono dono del Creatore per la vita di tutti i popoli. È indispensabile passare da una logica dell’interesse e del libero mercato, a una scelta di condivisione e di mercato globale finalizzato non alla ricchezza di pochi, singoli o nazioni, ma alla Vida con dignitá per tutti.

Permettetemi di concludere questi auguri pasquali, questo ringraziamento perché non ci lasciate mai soli, con la Parola di questa quarta domenica di Quaresima, la domenica della gioia. Il “cieco nato”, dopo la sua guarigione operata da Gesú, non è piú riconosciuto dalle autoritá politico-religiose. Quasi a voler negare ad oltranza, negare l’innegabile. Dice il cieco: io non so chi sia colui che mi ha aperto gli occhi, só solo che prima ero cieco e adesso ci vedo! Il futuro e la speranza non stanno in coloro che sono ciechi nell’ostinazione dei loro errori e del loro peccato (cfr. papa Leone), ma in coloro che erano ciechi, ma, nella fede-fiducia nel Creatore e Padre, ora vedono con gli occhi del cuore e della Veritá.

Grazie a tutti e continuiamo a credere nella Pace disarmata e disarmante. Buona Pasqua di Risurrezione!

 


Santo Antonio do Içá, 15 marzo 2026 – quarta domenica di quaresima nella gioia.

In navigazione sul Rio Içã

 




Paolo Bizzocchi

Vi scrivo mentre sono in navigazione sul Rio Içã, per la mia prima visita alle nostre comunità. Dovevamo fare questo viaggio io e d. Gabriele insieme, perché lui potesse un po’ introdurmi nel lavoro fatto fino ad ora ed io potessi vedere il suo modo di agire; poi all’ultimo momento alcuni accadimenti hanno indotto d. Gabriele a restare in città ed io sono dovuto partire da solo, con il pilota e ministro Moises, che conosco appena (e chiaramente parla solo portoghese in modo anche abbastanza ermetico…). Avevo già visitato alcune comunità lo scorso anno con Mariana ed il diacono Protasio, di Tonatins, ma era una cosa diversa, con altri programmi loro ed altre aspettative delle comunità.

Quindi sono partito con alcuni comprensibili timori: il primo quello di dover fare il cuoco, cosa che mi è totalmente estranea; secondo quello di dover affrontare una cosa totalmente nuova praticamente da solo, ma ormai ci sto facendo l’abitudine; terzo quello di condividere nove giorni sulla barca con Moises, che è praticamente uno sconosciuto. Comunque siamo al settimo giorno e siamo entrambi vivi, quindi qualcosa, a partire dalla cucina, ha funzionato. Però non voglio parlarvi del fiume, perché prima devo arrivaci in fondo ed avere il tempo di “macinare” il tutto: sono cose che chiedono tempo e silenzio, altrimenti si viaggia a livello di giudizi ed emotività che fanno più danni che altro.

Comincio a dirvi una parolina sul carcere. Anche qui sono agli inizi, ma alcune cose stanno emergendo e c’è molto da riflettere. Innanzitutto, essendo partito lo scorso giovedì per due settimane non sto andando (con la partenza non sono riuscito ad anticipare la visita settimanale). Mi spiace, perché per loro anche un appuntamento breve è importante, rompe il mortificante non-ritmo di chi passa giornate intere in una piccola cella con altre otto o nove persone. Poi gli porto sempre qualcosa che loro mi chiedono o cibo, che gli fa un gran piacere.



Vado sempre con un certo timore, perché è una partita sempre nuova ed imprevedibile da giocare: cosa dire e cosa non dire, come ascoltare e se vogliono essere ascoltati, come atteggiarsi e cosa evitare, se riuscirò a capire cosa mi diranno o no. Soprattutto, ogni volta fare una bella pulizia mentale per entrare con cuore e mente molto liberi da giudizi, pregiudizi ed aspettative… Di solito mentre vado ci metto un’Ave Maria e questo aiuta. Nel momento di preghiera, di pochi minuti, leggo il vangelo della domenica; poi ho iniziato a fare un foglietto per tutti ed ho visto che leggono volentieri tutti insieme. Molti sono evangelici (lo capisco dalla traduzione del Padre Nostro che usano) ed hanno sensibilità per la Parola di Dio. L’ultima volta dopo la lettura ho chiesto se qualcuno di loro voleva dire qualcosa e sorprendentemente è intervenuto un giovane che già avevo conosciuto quando era sulla strada: ha parlato della sua vita e del suo pentimento, del dolore causato ai genitori ed ai nonni, al fatto che il nonno è ammalato e lui non può essergli vicino ed ha pianto molto commuovendo tutti. Poi è venuto a confessarsi: speriamo che continui il cammino anche uscendo dal carcere. In questi giorni è uscito Bruno: incriminato per aver sparato ad un poliziotto, è poi emerso che non era stato lui. Il fatto che non avesse un avvocato non gli ha però impedito di stare in carcere sei mesi. Chiaramente me lo sono ritrovato in parrocchia ed è una cosa nuova che si apre: ora ha bisogno di lavoro, di aiuto concreto e soprattutto di essere guidato per un inserimento sociale ed un cammino spirituale che gli permetta di non rientrane nella criminalità. È una bella sfida che mi attende rientrando, ma cerco di affrontarla con fiducia e speranza, soprattutto non muovendomi da solo, ma con le altre persone della parrocchia che hanno sensibilità e competenze maggiori delle mie. Intanto lo teniamo nelle mani del Signore.



Poi, la vita della parrocchia prosegue. D. Marco è partito per Brasilia e quando in giugno rientrerà cominceremo a pensare chi vogliamo essere e cosa vogliamo fare, perché a partire da quel momento la vita della parrocchia, città e fiume, inizierà a passare con più pienezza nelle nostre mani (anche se speriamo che d. Gabriele non abbia fretta di rientrare…).  Stiamo vivendo la quaresima con la “Campagna della Fraternità” dedicata alla “moradia”, l’abitazione, e sono positivamente stupito del coinvolgimento di molte comunità nella ricerca delle situazioni più difficili.  Aspetto con una certa curiosità la Settimana Santa, che da quanto mi dicono è vissuta con molta

intensità.  Poi verrò in Italia alcune settimane, ma prima di certo vi racconterò qualcosa delle comunità del fiume...

 

Il Signore ci accompagni tutti!

D. Paolo

martedì 3 marzo 2026

SULLA BARCA SI SOGNA

 




Marco Lucenti

 

Ciao.

Come sta andando la quaresima a Reggio Emilia e dintorni? Siete contenti di come siete e vivete la vostra comunità parrocchiale?

Come promesso, continuo la lettera del mese passato con 5 punti che possono aiutare a leggere la situazione. Metto però prima un piccolo racconto.

Un giorno di inizio gennaio don Gabriele Carlotti entra in cucina e dice: “quando vado in barca sogno tutte le notti”. Io immediatamente ho pensato: “ma va là, che differenza c’è fra dormire in barca e a casa? Anzi, a casa si dorme meglio, quindi … sarà per dire che gli piace la barca. Booo”. E pochi giorni dopo vado anch’io con lui, come dicevo nella scorsa lettera, per visitare tutte le comunità sul fiume. Cavoli, ma sapete che è vero! Non so spiegarvelo, nè dirvi il perché, ma so soltanto che alla mattina ti svegli e ti ricordi un sacco di sogni!!! So che comunque si sogna, ma io non li ricordo quasi mai la mattina. Invece sulla barca fai dei bellissimi sogni! E fra l’altro questi mi aiutano anche a ricordare la gente: ricordo che in uno c’era l’Arianna, in uno la Viola con le due Ferrarine e la Michelle, … tutti sogni molto belli: è semplicemente fantastico!!! Si può veramente dire che la nostra è una “barca da sogno”, anzi “da sogni”.

Detta questa cosa che c’entra poco, ma particolarissima per me, vengo ai 5 punti promessi:

1)Per comunità non pensiamo a persone nella giungla\foresta, … ma a gruppi (spesso pochissime famiglie, anche solo 3) di persone (quasi tutti Tikuna e Kokama) che per vivere negli anni si sono insediate lungo fiume. Poi, da qui sono nate famiglie, famiglie di famiglie, nipoti, … che si sono spostati (la maggior parte) o sono rimasti lì, …

2)Le famiglie spesso hanno tanti figli: in una comunità ci sono due anziani che hanno 11 figli (8 uomini e 3 donne), dove uno di loro, che ha un anno in meno di me, ne ha già 11 a sua volta. Non sono tutte così numerose, no, vi ho parlato di un caso molto limite, ma certamente quando si arrivia in una comunità non mancano i bambini. I bambini sono tutti bellissimi, con quegli occhi marrone scuro scuro scuro, quella pelle bella, baciata dal sole, tutti magrolini e spesso bassini: molto molto belli!!!

3)Il passaggio da bimbo ad adulto avviene sia pian piano che improvvisamente: pian piano perché tante bambine (anche solo di 8 anni) fanno già da “mamme” ai loro fratellini più piccoli, quindi imparano pian piano in casa ad esserlo da grandi, sia perché qui è un CRES continuo con giochi d’acqua quotidiani (dovreste vedere i bimbi che si buttano nel fiume per fare il bagno: uno spettacolo per il cuore), perché fatte le due o quattro orette di scuola la mattina, poi non c’è un gran da fare, …; improvvisamente perché a volte ti trovi ad essere padre o madre (il “come” potresti anche non … benissimo).



4)Si vive di pesca ed agricoltura e non ci sono molti freezer, diciamo! Così potete capire quanto sia importante il fiume, coi suoi pesci e col suo limo (studiato alle elementari con il Nilo) che rende fertile la terra. Ecco così spiegato cosa fanno le donne e gli uomini ogni giorno. A riguardo di questo punto condivido anche che il “tema ambientale”, così importante per l’Amazzonia, dalla gente che ci vive mi pare sia sentito molto differentemente: differentemente da come lo pensiamo noi ed in modo molto differente fra di loro. Ma mi fermo qui perché è un tema grande che necessita di più spazio

5)Ogni comunità è differente ed ha vari livelli e possibilità di organizzazione: può esserci un Kassiki (capo villaggio riconosciuto dal governo), un animatore della comunità cattolica, un responsabile della salute, uno o più professori residenti, un Pajé (guaritore), … o semplicemente no

Mi fermo qui. Chiedo scusa se sono cose troppo generiche, ma mi fermo anche per non annoiare.

Dopo i saluti metto la traduzione del testo della canzone che avevo messo all’inizio della lettera di febbraio, la prima parte di questa lettera in due mesi, e la lascio perchè penso che possa aiutarci nel cammino quaresimale.

Ancora un saluto e a presto!

 

Traduzione testo di “Sì, io voglio”

Sì, io voglio
che la luce di Dio che un dì in me brillò
non si nasconda mai
e che il suo splendore non svanisca mai in me
Sì, io voglio
che il mio amore aiuti il mio fratello
a camminare guidato dalla Tua mano
nella Tua legge, nella Tua luce, Signore

Questa terra, le stelle, la campagna pacifica,
questo fiore e l'uccello felice che vedi;
non sentiranno, non potranno mai vivere
questa vita singolare che Dio ci dona

Nella mia anima piena dell'amore di Dio,
pulsante della stessa vita divina,
c'è uno splendore segreto di essere infinito,
c'è una profonda germinazione di eternità

Quando sono un sole che trasmette luce
e il mio essere è un tempio dove Dio dimora,
tutto il cielo è presente in me
avvolgendomi di vita e calore

Questa nuova vita, comunione con Dio,
che nel battesimo ho ricevuto un dì,
continua a crescere e a trasformarmi
finché Cristo non sarà tutta la mia vita

PROBLEMATICHE DALLA PARROCCHIA DI SANTO ANTONIO DO IÇA

  Ciao a tutti e tutte! Anche stavolta approfitto del viaggio per scrivervi, perché in parrocchia sta risultando davvero difficile. L'al...