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domenica 24 maggio 2026

ESSERE MISSIONARI

 

Il gruppo di missionari che sta frequentando il corso di formazione e di lingua portoghese a Brasilia assieme a don Marco



Marco Lucenti

 

Te amarei Senhor (Cover) - Lembranças de Deus - Irmã Kelly Patrícia Ciao a tutti. Oggi è una delle tre feste più grandi per tutti i cristiani: Pasqua di passione morte e risurrezione di Gesù, manifestazione di Nostro Signore Gesù Cristo nel Natale e nell’Epifania e oggi, il dono dello Spirito nella Pentecoste. Come sta il vostro cuore? Se il dono dello Spirito (qui si chiama Divino Espirito Santo) è il potere di avere un cuore come quello di Dio, oggi diventa un giorno importantissimo. Riporto come preghiera iniziale alcuni versetti del quinto capitolo della Lettera ai Galati di San Paolo: Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Com’è andato il tempo di Pasqua? Spero bene in tutte le comunità!

Questo mese vorrei condividere una riflessione sull’essere missionari. Quindi, essendo nel tempo dello Spirito ed avendolo tutti ricevuto, la scrivo a tutti: "Battezzati e Inviati" era il titolo della Giornata Missionaria Mondiale del 2019. Cosa immaginiamo se pensiamo alla parola “missionario”? Così, senza riflettere! Una persona, casomai prete, che va nei paesi più poveri e lì fa qualcosa con le persone, aiutandole. Ho voluto stare il più leggero, laico e neutro possibile. Spesso l’immagine potrebbe essere molto più carica, vedi la classica immagine coi bambini, meglio se visibilmente poveri, sporchi o malati. Quindi il missionario come sarà visto dalle persone provenienti dal suo stesso paese d’origine? Mediamente è molto ben visto perché pensato come colui che ha lasciato tutto e che sa stare in ogni situazione, anche le più disagevoli, in mezzo alle persone, portando a loro del bene attraverso i suoi aiuti, materiali, esistenziali e spirituali. Smontiamo la telecamera e poniamoci in un altro punto di vista: la gente povera che incontra questo missionario (non dopo 10 anni che lui è lì, ma prima) cosa pensa di lui? Non lo so. Una delle cose immediatamente più visibili è che sia straniero e, se stiamo nel classico esempio del missionario italiano in Africa, la maggior parte della gente, povera, possiamo immaginare pensi che lui abbia i soldi. Se poi è anche prete è una persona che porta con sè tutta l’idea che quel popolo ha del sacro. Alcuni di loro forse sarebbero grati perché ha lasciato casa sua (dove si vive bene, probabilmente pensano) per venire in un posto povero. Quindi: è straniero (quindi diverso, non sempre mi capisce/non si capisce o semplicemente non è dei nostri/della mia etnia), ha i soldi (quindi non vive come me, in case come la mia, ma meglio di me: ha i soldi: potrei chiederglieli?\!). Se poi è anche prete avrà dei “superpoteri” per cui ringrazio Dio, perché “lui è la Sua presenza in mezzo a noi”: questi lo rendono diverso/superiore a me. Non sembra proprio essere una condizione “alla pari”.

Rismontiamo la telecamera e facciamo finta che un prete straniero, casomai preveniente da un paese del terzo o quarto mondo, venga in Italia, da noi. Cosa penseremmo di lui? Lo percepiremmo come “uno dei nostri” o sarebbe uno straniero? Prima di conoscerlo avremmo già preconcetti? Queste tre telecamere hanno ripreso immagini che non si vogliono sostituire al pensiero di nessuno, nè dire come funziona l’uomo. Vi chiedo scusa se vi ho fatto prendere la balla con tutti questi giri, ma volevo si percepisse: - - che sono 3 punti di vista molto diversi; eppure questo è sempre un missionario; quanto poco noi tendiamo a metterci nei panni dell’altro, perché nella prima posizione non emerge una parola che si nota invece nelle successive due, ovvero l’incontro missionario-comunità che troviamo nella dimensione dello “straniero”. Allora occorre andare al centro della questione. Perché non saranno la lingua e nemmeno la pelle a farci sentire del popolo, ad unirci al popolo, ad unirci come popolo. Sarà la missione! Ogni missionario ha una missione e questa missione è un messaggio, molto semplice: “Dio ti ama”. Dio ama te come ama me e ha mandato te a me e me a te. Questa è l’unica cosa di cui ci dobbiamo preoccupare, che deve prendere il tempo della nostra giornata. “Come posso dirtelo senza usare le parole” dev’essere l’assillo del missionario. Tutto il resto è “poco” e corre il rischio di far perdere tempo e vita.  Ma questo non è proprio solo del prete, ma credo sia vero per ogni cristiano (in famiglia, al lavoro, con gli amici, in parrocchia, …). Ecco il perchè della domanda iniziale: come sta il vostro cuore? “Battezzati e inviati” era, dicevo, il titolo della Giornata Missionaria Mondiale del 2019. Tutti noi siamo battezzati; tutti noi siamo inviati; tutti noi siamo missionari, siamo stranieri e dobbiamo imparare “una lingua nuova”. L’altro sarà sempre diverso, straniero e noi saremo sempre stranieri e diversi per gli altri: l’immagine della prima telecamera, quella del missionario-salvatore/glorioso non esiste. L’altro sarà: per alcuni qualcuno a cui chiedere, per altri qualcuno a cui dare, per altri una benedizione, … ma l’unica cosa che ci dobbiamo chiedere è: senza usare le parole riesco a dirti che Dio ti ama? Tutto il resto non serve molto, è perdita di tempo e di vita. Invece, tutto quello che va in questa direzione rende pieno il mio cuore.

Come sta il vostro cuore? “Il frutto dello Spirito”, il frutto di una vita da battezzato che vive il suo dono di “figlio missionario” è di ritrovarsi con un cuore pieno di “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé”. Nessuno può dare nessuna di queste cose a sè stesso; sono doni di Dio! Gli altri avranno sempre un motivo per dire “facile per te che non capisci” ed in parte sarà vero! E con l’altro non dovremo mai avere la supponenza del “salvatore”, di quel super-uomo che va a fare del bene: l’altro non ha bisogno del nostro aiuto; l’altro ha bisogno della nostra vita! Non dobbiamo soffermarci su queste cose, quanto invece preoccuparci di avere nel cuore l’altro come missione: tu sei la mia missione, dirti che Dio ti ama è la mia missione. E la missione non è mia, ma della Chiesa, un popolo grande, sgangherato, che sempre darà la scusa (a me e all’altro) per fare un passo indietro; ma al contempo legata dal medesimo Spirito che ci è stato donato col battesimo, lo Spirito Santo, il grande cuore di Dio, da dove io e tutti gli altri attingiamo la forza, il senso e la grazia per vivere la vita. Non sarà la “lingua”, … ma solo la certezza che tu mi stai amando a renderti ai miei occhi “concittadino” (Ef 2,19). Curioso è che la parola “parrocchia” e la parola “straniero”, così apparentemente differenti, abbiano la stessa etimologia (1Pt 2,11)!

Buon cammino a ciascuno, per vivere contemporaneamente: da cittadini del cielo e della terra; in terra amata e straniera; capiti e non; insieme e un po’ soli. Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te (Sant’Agostino). Vi saluto e vi abbraccio con il calore dello Spirito e vi lascio con l’immagine del virgolettato sotto, immagine molto bella e da meditare perché lega molti punti di vista, credo. A presto. «Non avendo il padrone di casa altra più pressante preoccupazione che quella di far raggiare la propria gioia su chiunque, la sera, venisse a mangiare alla sua tavola e a riposarsi sotto il suo tetto dalle fatiche del cammino, aspetta con ansia sulla soglia di casa lo straniero che vedrà spuntare all’orizzonte come un liberatore. E vedendolo lontanissimo arrivare, il padrone si affretterà a gridargli: ‘Presto, entra, perché ho paura della mia felicità’».

sabato 10 maggio 2025

trenta missionari di diciotto paesi e quattro continenti

 



Ciao a tutti e tutte.

Vi scrivo alla fine di una settimana molto normale e molto speciale.

Lo “speciale” lo intuite da soli, con l’elezione di Papa Leone che segnerà il cammino della chiesa – ed in parte dell’umanità - nei prossimi anni. “Ti piace il nuovo Papa?”, “Non ti piace il nuovo Papa?”, “Come vestirà il nuovo Papa?”, “Che macchina userà il nuovo Papa?”, “Dove abiterà il nuovo Papa?”…

È così: in questi giorni abbondano le banalità ed il bisogno di conferme immediate, di qualcosa che ci dica che il “nuovo Papa” è come lo vogliamo o è diverso, che possiamo amarlo come l’amato Francesco o odiarlo come l’odiato Francesco…

Credo che la domanda più opportuna invece sia: come ci disponiamo davanti al nuovo Papa? Con quale capacità di accoglienza stiamo davanti a lui? Saremo capaci di accogliere le cose che non ci piacciono o non entrano nelle nostre idee – e quindi sono utili per la nostra conversione – come un’occasione per purificare la nostra fede ed il nostro modo di essere chiesa? Saremo capaci di accogliere le cose più vicine alla nostra sensibilità come uno stimolo per un rilancio purificato, che vada al di là degli aspetti di contorno e colga sempre più il nucleo profondo del nostro cammino cristiano? Oppure diremo, come i discepoli di Gesù nel Vangelo di oggi: “questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?”… abbiamo già le nostre belle idee, progressiste o conservatrici o mezze e mezze o nulla di tutto, perché fare la fatica di andare oltre e di cambiare? (vedi Gv 6,60)

 


Scrivo questo stimolato dall’esperienza che sto vivendo in queste settimane qui a Brasilia, guardando alla comunità con la quale sto condividendo il cammino di formazione. Siamo più di trenta missionari di diciotto paesi e quattro continenti (manca l’Oceania, anche se la Indonesia vi confina): credo che sia un’esperienza unica e difficilmente ripetibile.

Cosa posso dire di questa esperienza “mondiale”? Tante cose, ma vi risparmio e ne dico solo una: la grande esperienza di “differenza” all’interno del mondo missionario.

Noi (intendo noi italiani e reggiani) abbiamo una nostra idea di missionario, legata in parte alla nostra esperienza ed alla nostra situazione.

Abbiamo l’idea di un missionario che “va ad aiutare” e “fa delle cose”, anche perché siamo una chiesa ricca e generosa: quando dici che sei italiano la prima cosa che gli altri pensano è che hai dei soldi e puoi usarli…

Abbiamo l’idea di un missionario che “è avanti”, che ha una immagine di chiesa “profetica” e che pensa e realizza cose che noi “chiesa vecchia” che è in Italia non riusciamo a pensare e realizzare.

Abbiamo l’idea di un missionario che “si sacrifica” e va a vivere in situazioni difficili rinunciando a tante comodità che in Italia può avere e che quindi è un po’ “eroico”.

Ebbene, posso annunciarvi che sono tutte idee molto “nostre”… e che, grazie a Dio, la realtà missionaria è molto molto molto più variegata. Non dico che le nostre idee siano sbagliate, ma è importante cogliere che sono “idee” e sono “nostre”, e quindi non vanno assolutizzate.

Di fatto qui la nostra composizione è molto variegata: vi è chi ha un interesse vivo per l’aiuto ai poveri e chi non nasconde la tensione ad una vita sufficientemente agiata, chi peggiora la propria condizione economica – abitativa e sociale e chi la migliora, chi ha una forte coscienza ambientale e chi getta il cibo o mescola i rifiuti, chi ha interessi che guardano al mondo e chi mi chiede se l’Italia è in America (ma anch’io ho sperimentato di non conoscere bene la geografia asiatica…), chi vive un intenso spirito missionario e chi legge il proprio trasferimento come l’invio in una filiale all’estero, chi ha un atteggiamento “progressista” e chi “conservatore” e chi è progressista a livello ecclesiale e conservatore a livello sociale o l’opposto… Insomma, c’è di tutto.

Non si può negare che per un certo numero di persone la vocazione missionaria è legata semplicemente al fatto che nella loro parrocchia avevano religiosi missionari o con case in diverse parti del mondo (sono cose diverse) e che quindi hanno fatto il loro cammino vocazionale con quella congregazione religiosa anziché con altri.

 


Dico questo non per screditare o togliere valore, anzi! La chiesa è bella nella sua varietà.

Racconto questo per invitarci ad avere una mentalità aperta, capace di cogliere ed apprezzare anche queste realtà nella loro complessità. Altrimenti restiamo chiusi nelle nostre quattro idee e non vediamo la Grazia di Dio che opera fra noi. Ad esempio: anche nelle nostre diocesi abbiamo religiosi, religiose e preti provenienti dall’estero, che sono fra noi per diverse ragioni: li consideriamo “missionari” come noi italiani che partiamo per l’estero, o semplicemente “stranieri” capitati fra noi e che devono adattarsi ai nostri costumi?

 

Termino con due piccoli avvenimenti sul tema:

- alcune persone mi hanno visto mentre scrivevo per voi ed ho spiegato loro che per noi missionari diocesani il contatto con la chiesa di provenienza è importante, perché attraverso noi tutta la nostra chiesa deve sentirsi missionaria. Erano stupiti di una cosa per loro nuova, ed hanno apprezzato molto!

- qui a Brasilia abbiamo conosciuto un missionario Pavoniano di Brescia ora ottantenne, che è qui da cinquant’anni. Rispondendo al carisma pavoniano ha fondato e fatto crescere un grande istituto che segue soprattutto bambini e ragazzi sordi e muti ed ora anche ragazzi autistici. Una cosa davvero bella, con più di cento dipendenti ed un’alta professionalità.

Con il sorriso ironico di chi ha imparato ad inghiottire molti rospi, ci ha confidato: “visto il lavoro che faccio (di tipo dirigenziale e professionale) ci sono ancora persone che dicono che io non sono un missionario…”.

Quando ci si ferma alle proprie idee, si perdono tante occasioni di Grazia…

 

Ho parlato della nostra comunità: vi saluto con le foto di alcuni momenti di festa che ci hanno accompagnato!

 

d. paolo

 


mercoledì 18 ottobre 2023

ANCORA UN OTTOBRE MISSIONARIO

 



 Gabriel Carlotti

Un saluto a tutti dalla Missione in Amazzonia. Sapete che Burani è in Italia per un breve periodo in famiglia, così io e le Missionarie Mariana (argentina) e Virginia (uruguaiana), ci alterniamo tra fiume e città. Sabato 7 ottobre le abbiamo accompagnate alla Comunità di Moinho e ritorneranno domenica 15, dopo aver visitato cinque Comunità. Le abbiamo portate con la barca, ma ritorneranno in canoa, accompagnate dai Tikuna per circa 6 ore di navigazione. Lunedì 16 partirò io per Ipiranga e passeremo in tutte le 26 Comunità per il nostro appuntamento mensile. Le Missionarie rimangono uno o due giorni, una o due notti nelle piccole Comunità sul fiume. Portano con loro le amache per dormire nelle case della gente, un poco di cibo per collaborare alle spese domestiche, qualche litro di benzina per aiutare nel trasporto di canoa da una comunità all’altra e un secchio, perché non ci sono bagni, ci si lava al fiume e per il resto si fa come si può. Vi confesso che io farei fatica, sulla nostra barca ci sono due bagni, grazie al cielo e a voi!



Allora quando parliamo di Missione dobbiamo tenere insieme questi due aspetti complementari: i mezzi aiutano e spesso risolvono tante situazioni precarie, ma le persone sono indispensabili. Pregate il Signore della messe, che mandi operai per la sua messe, ci ricorda il Vangelo. La Missione è sempre opera dello Spirito che muove i nostri cuori e i nostri passi. Celebrare la Giornata Missionaria Mondiale vuol dire anche condividere perché non manchino i mezzi, ma principalmente metterci in gioco perché ad ognuno di noi è rivolto l’invito e il comando del Signore: andate e annunciate che il Regno di Dio è in mezzo a noi. Preghiamo allora perché la nostra Chiesa di Reggio – Guastalla sia capace di inviare preti e laici, giovani e famiglie per condividere la Missione. Preghiamo perché ognuno di noi, anche se non parte per terre lontane, viva il servizio e la testimonianza: perché sappiamo annunciare il Regno di Dio nell’accoglienza del povero e dello straniero (come ci insegna l’Antico Testamento), ma anche nella tessitura di relazioni belle e di misericordia, relazioni di fraternità e di Comunità guidate dall’amore (come ci ha insegnato il Signore Gesù). Grazie davvero per tutto quello che ci unisce. Coraggio, non abbiate paura di vivere ciò che siete: tutti fratelli e sorelle in Cristo Gesù, che da ricco che era si fece povero per amore nostro. Proprio sulla povertà della Chiesa, sulla sua fiduciosa testimonianza nel Signore che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo, si gioca il futuro della fede.



Celebrare la Giornata Missionaria Mondiale, per noi Chiesa italiana, vuol dire fare una scelta di povertà: rinunciare a privilegi amministrativi come l’esenzione delle tasse sugli immobili, all’uso non sempre chiaro di sovvenzioni statali e comunali o ripartizione degli otto millesimi sulle tasse dei cittadini, ma farci carico delle nostre Comunità come parte viva delle nostre famiglie, con libertà di cuore, di spirito e anche di interessi. Mettendo la condivisione al primo posto, secondo le necessità di ognuno. Lottando contro le spese militari e di armamenti dei nostri governi, e richiedendo con forza il diritto alla vita e alla cittadinanza di tutti coloro che effettivamente vivono e lavorano in terra italiana. Solo così ci sarà pace! Molte organizzazioni internazionali compiono un servizio alla vita e alla pace, e come cristiani possiamo parteciparvi attivamente e devolvere a loro le nostre deducibilità.



La Missione invece ci insegna la libertà e la responsabilità di farci carico dei fratelli bisognosi. Così fece l’apostolo Paolo chiedendo la libera condivisione delle Comunità da lui fondate, per i poveri di Gerusalemme, ancora oggi martoriata dall’imperialismo americano e dall’allineamento europeo. Quando il recipiente è colmo, allora non serve più piangere per l’acqua versata, che fa sempre male, ma bisogna prendersi cura del diritto dei popoli palestinesi, armeni, congolesi, ucraini, sarawi e di molti popoli africani e del medio oriente dove ancora i cristiani sono macchiati dal sangue dei martiri. Le Chiese giovani della Missione, che sempre ringraziano per tutto l’affetto e gli aiuti che ricevono, ci insegnano però che possiamo essere una Chiesa povera per i poveri. Solo così saremo credibili e felici. Il Concilio Vaticano II ha fatto tante riforme nella Chiesa, ma ha lasciato in sospeso questa scelta di povertà che Dossetti e il cardinale Lercaro di Bologna avevano promosso. Solo alcuni vescovi si impegnarono per questa scelta coraggiosa ed evangelica, una notte nelle Catacombe romane. È la scelta di Francesco di Assisi che ha riformato la Chiesa del suo tempo, la scelta di Francesco vescovo di Roma che ci offre ancora questa possibilità: devolvere quello che è di Cesare a Cesare, per essere liberi e capaci di amare con la vita, come Lui ci ha amato. Dall’amore che avrete per tutti, riconosceranno che siete miei discepoli, perché il Mondo ha bisogno di testimoni, più che di maestri; il nostro tempo ha ancora bisogno di profeti. Allora Buona Giornata Missionaria Mondiale. Un grande abbraccio a tutti di cuore!


Santo Antonio do Içá, 11 ottobre 2023 – memoria di San Giovanni XXIII

I COLORI DI SANTO ANTONIO

  Marco Lucenti   Ciao! Inizia l’estate e per tutte le nostre parrocchie è un tempo molto bello di incontri speciali (CRES, campeggi, …) e p...