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lunedì 5 gennaio 2026

TEMPO DI SILENZIO E DI ASCOLTO

 

Con i seminaristi della parrocchia di santo Antonio do Iça, alunni di Cugini


 

Marco Lucenti

 

Ciao a tutti!
 In questo giorno di Epifania, che qui è domenica 4 gennaio, scrivo la seconda lettera. In questi giorni mi veniva questo pensiero: mi fa molto ridere il pensare a quando tornerò in Italia, non necessariamente al termine della missione, ma anche in un viaggio precedente. Mi fa ridere perché penso mi potrebbe esser chiesta una testimonianza. E questo sarà un problema! Un problema grosso. Non tanto perché non ci siano cose da dire o cose differenti (siamo dall’altra parte del mondo … vedrai che di cose ce ne sono!!!), quanto invece per altri motivi:

-mi piace fare silenzio, ascoltare. E parlare è già definire, è già schematizzare … è un po’ anche giudicare o per lo meno cercare soluzioni usando una testa che non è ancora pronta per essere usata al meglio (occorreranno anni! Plurale, tanti!!!). Ora sono in un momento privilegiato che non tornerà: posso tacere e ascoltare, capire poco e chiedere, gli altri sanno che io non posso esprimermi, quindi non pretendono io sia in una comunità o in un’altra, per una fazione o per un’altra, … perché tanto sono uno straniero (che non sa il portoghese e non sa nulla di loro, …: cose profondamente vere) e non capisco (vero!)

-perché loro sono la mia famiglia. Faccio un esempio. Io a Castelnovo mi sono trovato benissimo e ringrazio. Facciamo l’esempio non reale che io avessi invece avuto problemi. Badiamo che “problemi” non significa solo “mi potevo trovare male anziché bene”, ma anche “trovare una struttura sociale, parrocchiale, oratoriale, presbiterale, … così tanto differente dal mio pensiero che genera in me non immediato benessere” e già questo sarebbe percepito dal soggetto (nell’esempio, io) come problema. Ecco. Allora potete capire che se questa è la mia famiglia più prossima, allora io sono chiamato ad amare questa e, se lo farò (volentieri e non per forza), lì sarà la mia felicità. Allora capite l’esempio, ora: se io mi fossi trovato male a Castelnovo, avrei (s)parlato di Castelnovo fuori, agli altri? Ringraziamo che così non è andata, ma comunque la risposta giusta sarebbe stata “NO”! Ripeto, fra l’altro la tua stessa felicità è amare dove sei, non giudicare dove sei parlando con persone che non abitano con te dei difetti dei luoghi in cui sei. Capite che qui c’è un corto circuito! Ogni famiglia deve avere amore dentro di sé; non può stare bene fuori e invece malsopportare/non capire/sparlare fuori di ciò che c’è dentro. Tutto quest’esempio perché? Perché ogni cosa che scrivo, che condivido ora e domani deve avere due caratteristiche: 1)essere amata, almeno un poco, da me; 2)deve chiedere a chi ascolta di fare altrettanto: io ti dico qualcosa della mia vita, di un posto altro, … ma tu devi esser disposto a fare altrettanto: la nostra dev’essere una condivisione, che è molto di più! Io potrei anche raccontarti di una difficoltà che sto avendo (per ora ringrazio, ma non ne ho!), ma è tutto nell’amore dell’amicizia, quindi anche tu. Non ti dico “raccontami le tue”. Certo, ascolto tutti molto volentieri, ma ti dico di più: io ti parlo di come si vive qui, ma tu mi devi dire di come vivi lì, di come senti la tua comunità, di come vivi la struttura sociale che ti circonda, … È inutile che io invidi le cose belle altrui o che veda le inconsistenze degli altri e non metta mano alle mie! Altrimenti i miei racconti sarebbero solo una gita, una curiosità. Di quel che ti dico cosa te ne fai (ho usato appositamente il verbo “fare” e non “pensare”, perché pensiamo già abbastanza!)? Sarebbe bello ricevere lettere personali o ancor di più dalle unità pastorali che avessero voglia di leggersi e raccontarsi in modo comunitario! Vi ringraziamo in anticipo per i bellissimi scambi che potranno nascere, se vorremo!!!



-vi invito, venite e vedete voi con il vostro cuore; davvero, venite, la canonica è grande!!! Capisco perché il biglietto aereo costa, capisco perché non tutti possono assentarsi da casa per un po’, capisco perché non tutti hanno la salute, … ma, chi vuole e può, venga. E può esser tramite per chi non può, un tramite vicino, non lontano, un tramite conosciuto e amato, non letto soltanto. Non vi invito oggi per oggi perché io stesso non so nemmeno dove sono e mi assenterò dalla parrocchia per molto tempo per fare un corso di lingua, … quindi sicuramente parliamo di fra molti mesi (chiedo scusa e pazienza), ma la casa è aperta: fra l’altro “aprire la casa per aprire il cuore, proprio e degli altri” potrebbe essere un buono spot anche per noi in Italia, forse.

Accortomi che sono già andato abbastanza lungo, mi scuso e termino con una parola: FAMIGLIA. Non a caso l’ho usata in precedenza. Avevo detto che mi sarebbe piaciuto intestare le lettere e questa la vorrei inviare a tutte le famiglie, anche perché a Natale la parola “famiglia” è una parola importante.

Vi dedico la canzone che ho messo all’inizio della lettera con i riferimenti in Youtube (testo originale e testo tradotto in italiano). E ve la dedico per ringraziarvi tutte e per ricordarvi della vostra grande vocazione. Nei giorni prima del Natale ero a casa di una signora della parrocchia, per vivere con la sua famiglia un momento di preghiera. Quando ha intonato questa canzone alcuni si sono messi a piangere. Io non so il perché, ma credo ricordasse loro i Natali passati, quando erano piccoli, tutte le volte che avevano pregato insieme in famiglia, … e che da tutte quelle cose piccole, molto povere, ma belle, erano stati formati all’amore e loro stessi avevano formato la loro famiglia. Eravamo infatti una trentina, fra nipoti, figli, sposi e genitori. Allora scrivo a tutte voi, famiglie, certamente provate dallo stile di vita che spesso anziché aiutarci ci schiaccia: siate sante! Il santo è il separato, colui che riesce a non vivere come tutti, perché lui ha una vocazione speciale. Siate tutte famiglie sante! Ricordate le preghiere, della nonna che ve le faceva dire, dei rosari in casa, della messa la domenica, quanto era bello trovarsi con gli amici, essere comunità, … e continuate voi stessi a fare così. Ricordando il bene ricevuto, piangerete pure voi, poi gioirete e ringrazierete. Ma non può tutto finire qui: perché non possiamo farlo anche noi? Se riusciva nostra nonna che non aveva nemmeno la 5^ Elementare … E non diamo sempre colpa al “povero tempo” che non ha fatto nulla di male: lui passa allo stesso modo per tutti, indipendentemente da come lo usiamo. Ricordatevi della vostra vocazione, unica! Tutti vi ringraziamo perché da voi siamo nati e senza di voi non avremmo imparato ad amare. Il bambino Gesù (O menino Jesus) è nato in una famiglia e lì ha imparato tutto. Grazie a tutte voi famiglie per averci dato tutto: la vita, l’amore, la fede (che tante volte sono la stessa cosa). Grazie.

Buona Epifania a tutti e buon ritorno a scuola, lavoro, esami, …

P.s.: prometto che il prossimo mese metto delle foto!!!

 

martedì 25 novembre 2025

L'IMPORTANZA DI ASCOLTARE

 

Il momento di preparazione con il gruppo che oggi ha fatto la Prima Comunione,  compresi Luciane e George con la loro figlia: una coppia molto bella ed unita, che ora sta programmando il matrimonio.



Ciao a tutti e tutte,

rieccomi, dopo alcuni giorni in più di assenza. Di fatto qui sono stati giorni un po’ intensi e caotici e molte cose stanno mutando in breve tempo: questo mi ha coinvolto in modo piuttosto forte e sono contento di trovare finalmente la mezz’ora per scrivervi.

 

Partiamo dall’Assemblea del Popolo di Dio della scorsa settimana: esperienza davvero interessante, ove ho finalmente potuto conoscere le altre parrocchie e conoscere meglio le persone di S. Antonio che hanno partecipato. Questo secondo aspetto non è stato meno importante del primo: stare a tavola con loro, avere tempo per parlare, cercare di capire il pensiero ed il comportamento di ognuno ha aperto la strada ad una nuova qualità di relazione che ora sta dando i suoi frutti. Ci sono state anche le conseguenze negative: fra tutte, la condivisione della camera con gli altri uomini del gruppo, che da buoni brasiliani impazziscono per il climatizzatore e mi hanno lasciato in eredità un raffreddore che si è affezionato molto alla mia gola.

 

Dall’assemblea sono uscite quattro direttrici molto concrete da seguire per i prossimi anni, che in parte riprendono e rafforzano quelle già esistenti:

·         Curare l’Iniziazione alla Vita Cristiana, sottolineando che non è solo per i bambini e che è iniziazione alla Vita e non solo ai Sacramenti, che sono strumenti preziosi per la Vita.

·         Curare lo sviluppo delle Comunità Ecclesiali di Base e dei Ministeri, di una chiesa non centralizzata, ma che vive nel territorio. È una sfida grande, ma che va vissuta con tanta fiducia.

·         Avere cura delle fragilità delle persone e del creato. Per noi si traduce immediatamente nel riprendere in mano la nostra Caritas, che è in un momento di seria difficoltà per mancanza di persone, ma soprattutto di obiettivi e modalità di azione più chiare. Non è solo un problema nostro: una sensibilità per i fragili non è diffusa, oscurata dal mito dell’avanzamento sociale.

·         Dare spazio ai giovani, seguendo i loro cammini di crescita. Questo chiede tanto ascolto, perché in questo momento lo “stacco generazionale” si sta sentendo molto anche qui. La cosa importante è stare liberi dal desiderio di “riempire la chiesa di giovani”, per aiutare i giovani a “riempirsi di Dio e di amore alla sua chiesa”.

 

In radio con Aricia. Il sabato mattina dalle 7 alle 9 abbiamo una trasmissione dedicata alla comunità cattolica. Sto iniziando... qui la radio locale gode di buona attenzione.

Con questi indirizzi me ne sono tornato da Tabatinga ed in questi giorni sto vivendo la sensazione e l’esperienza di un reale “passaggio di consegne” con d. Gabriele. Per la gente di qui comincio ad “essere il parroco”, ad essere considerato tale a tutti gli effetti. È molto bello, ma anche molto impegnativo, sia per carenze ancora molto evidenti nella lingua, sia per la complessità di una comunità con una storia segnata da molte sofferenze passate e presenti.

Il primo compito che mi spetta è contenere l’ansia di dover capire e fare tutto, con il distruttivo senso di colpa che sempre ne consegue. Il secondo è quello di ascoltare, ascoltare, ascoltare, anche se di quello che ascolto capisco solo una parte (più o meno grande, dipende da chi parla): anche se non capisco tutto, la cosa importante è che loro si sentano ascoltati e che io inizi a lasciarmi toccare ed interrogare da realtà che fino ad ora ho visto solo esteriormente. In questo si sta rilevando importante anche l’esperienza delle Confessioni, che sto iniziando a vivere: sono una porta di ingresso in realtà a volte molto crude, che poi sono chiamato a portare in me per lasciarmi un po’ ri-modellare da questo mondo affascinante e complesso.

La nostra casa oggi, sotto lo sguardo attento ed un pó pensieroso di d. Gabriele, che è la "mente" di tutto


Sempre legato all’esperienza dell’essere parroco, vedo anche crescere e modificarsi alcune relazioni che possono diventare importanti: cominciano ad esserci persone che mi guardano col desiderio di essere guardate, di entrare in un rapporto di fiducia ed affidamento. È un aspetto da vivere con grande attenzione, perché i “codici” di qui sono molto diversi dai nostri; di certo non posso interpretare il loro modo di relazionarsi, i loro gesti e parole, le loro presenze o assenze, con i criteri che usavo in Italia. Quelli di qui ancora non li conosco e questo mi chiede di usare molta prudenza, che però non può tradursi in una distanza artificiale. Al momento tendenzialmente rispondo ai loro “movimenti” con atteggiamenti dello stesso tipo, evitando di prendere iniziative di qualsiasi tipo e conservando sempre quella “distanza formale” che qui ha molto valore.

Poi vedremo cosa succede…

 

Mi fermo qui. Abbiamo iniziato i “grandi lavori” in casa, e su questo ci sarebbe molto da dire, ma ve lo lascio per una prossima volta.

 

Il Signore ci accompagni sempre!

d. Paolo

venerdì 12 maggio 2023

RITORNO AL FUTURO

 




È un privilegio, una grazia speciale passare queste ore sulla barca, attraccare a un albero su una riva di un lago, di una palude, di un rivolo, lontano da qualsiasi abitazione, senza luce elettrica, senza i suoni stridenti della città, udendo solo il concerto di rospi e rane, orchestra di mille flauti e cicale, versi di uccelli notturni che non feriscono il silenzio. Trovarsi nel nulla del nulla. Gli alberi e le sponde diventano sempre più fitti man mano che ci si avvicina al confine colombiano e le case sempre più rare. Il vento culla le chiome frondose degli alberi centenari. Alcuni sono in fiore. Un luccicante giallo e un delicato lilla risaltano nel verde scuro. E le stelle, così vicine che sembra di poterle prendere con la mano, si specchiano nell’acqua come scintille silenziose e saltellanti. Che silenzio, profondo, misterioso, divino. La linea della foresta spacca l’orizzonte. Se non ci fossero gli alberi non distinguerei davvero l’acqua dal cielo.

Senza sosta andiamo visitando le varie comunità, senza far caso ai venti, alle piogge, alla piena e ai problemi che la barca ci dà. Alcune comunità ci attendono e ci accolgono, perfino con petardi e fuochi d’artificio, in altre si fa più fatica a incontrare le persone perché impegnate nel lavoro o nella pesca... L’attesa è già una questione spirituale. L’attendere è già una presenza.

I primi giorni in queste comunità ammetto di averli vissuti con molta urgenza di “dare in cambio qualcosa”: un racconto, un gioco, un dono… Ma presto sono arrivata a capire che questo baratto non è necessario. Stando insieme alle comunità capisco che è solo richiesto che IO SIA in ascolto con il cuore aperto. Importa solo il COME sei, il CHI non importa a nessuno.



C’è un verbo portoghese, “mergulhare” in acque profonde, ovvero andare sempre più in profondità a questa misteriosa esistenza. In pochi metri di foresta esiste un numero di specie, di animali e di piante e insetti maggiore che in tutta la fauna e flora europea. La natura sembra avere una propria intenzionalità. Questo popolo custodisce una sapienza antica e profonda che integra vita e morte, essere umano e natura, rende compatibili lavoro e divertimento, in sintonia tra cielo e terra. Una terra dove il mito non è racconto ma realtà, dove le storie quotidiane sono popolate di animali fantastici, dove i “pajè” (uomo del sacro e dei misteri capace di curare con le piante della foresta) custodiscono questa sapienza ancestrale. In questo senso, questo popolo è altamente civilizzato per quanto tecnologicamente primitivo. Qui l’invisibile fa parte del visibile.  

“Mergulhar na vida”, vuol dire però anche entrare sempre più in profondità in dinamiche di ingiustizia e corruzione disarmante.

Lo sfruttamento irrazionale della terra e del lavoro non riguarda solo il povero, ma anche la natura. Il protrarsi della devastazione delle foreste e della biodiversità mette in pericolo la vita di milioni di persone, in particolare quella dei giovani in cerca di futuro, che vengono spinti verso terre di bassa qualità o nelle grandi città, come Manaus, dove si trovano a vivere ammucchiati in miserevoli periferie rimanendo soli. La crisi culturale si manifesta da un lato come una crisi di senso e dall’altro come fondamentalismo, che si esprime nelle ramificazioni delle grandi religioni e nelle ideologie politiche. Il valore della vita è bassissimo: il credere superstizioso “nel paradiso” fa sì che la sofferenza, l’ingiustizia e la morte non vengano riconosciute come tali e non abbiano il loro spazio di comprensione. Il conflitto è quotidiano e spesso violento: genitori in lite con i figli, figli in lite con i cognati, mogli con le suocere, nonni che non vogliono che i padri incontrino i figli, le madri che lasciano i figli per relazioni con ragazzi più giovani. Relazioni che si alternano come si cambia un paio di ciabatte, bambini che spariscono, forse venduti al mercato internazionale di organi, cacciatori d’oro, abbandoni, incesti… E in tutto questo… L’omertà del popolo per non incorrere nel pettegolezzo.



Il maschilismo è fortissimo: le autorità proteggono e difendono il maschio. Tutto ruota attorno agli interessi di una potente oligarchia a caccia di guadagni immediati. I politici si scelgono in base a chi potrebbe vincere, non in base a chi si fa carico del bene per la tutta la comunità. C’è paura di denunciare. Perché ci si dovrebbe ribellare se poi non c’è un sistema che ti sostiene? Ciò che chiamiamo giustizia nei nostri paesi è una giustizia formale, lenta e costosissima, che opera lontano da luoghi come questo e non permette ai poveri, che non conoscono i sistemi legali e non riescono a pagare avvocati competenti, vedere garantiti i loro diritti minimi e riconoscerli come tali. Calunnie, diffamazioni, minacce di morte sono le armi che vengono utilizzate per chiudere la bocca a chi alza troppo la voce … Ma non si può tacere.  

Mi chiedo chi è povero. Lei, lui, o io? Loro non sanno né leggere né scrivere. Io ho due lauree, un master e diversi corsi di perfezionamento. Ma le persone che incontro qui sanno pescare, seminare, costruire, nuotare, leggere la natura meglio di me. Ci sono donne giovanissime capaci di tirare su 9 figli e rimanere bellissime. Come si misura la povertà? In intelligenza? In denaro? Forse la povertà si misura in termini di ingiustizia. La quantità di ingiustizia che deve vivere e sopportare una persona innocente. E quando queste ingiustizie sono considerate normali è il peggiore dei casi. È dunque questo che chiamano vocazione? La cosa che fai con gioia come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo? Se le comunità cominciassero insieme a fare una resistenza di massa, dire NO ai “garimpo” illegali (estrazione illegale dei minerali), allora forse smetterebbero. Lavoriamo sull’onestà.   

Questa terra è la concreta conseguenza di ciò che ha generato la logica del capitalismo: il lavoro è lavoro. I garimpero brasiliani cercano l’oro illegalmente a discapito dei governi europei. I poveri vengono sfruttati a rotazione come forza lavoro: si guadagna di più con l’oro che con la semina, ma a discapito degli altri. Ognuno pensa al proprio interesse, non al bene per la vita della comunità, del fiume e della foresta. Ed è anche questo il capitalismo: l’importante è che ci sia sempre un gruppo di lavoratori attivo e chi non ha un possedimento economico valido può soccombere perché è inutile alla società. L’accumulo di denaro, a cui si sacrifica tutto, a cominciare da se stessi, porta le persone a diventare sempre più insensibili nei confronti del prossimo perché questa schiavitù anestetizza la capacità di attenzione e compassione. E noi incontriamo queste famiglie, inventando riti e raccontando storie di resistenza, ingiustizia e libertà, da Gesù al Re Mida passando per fiabe africane. Siamo ridicoli? Forse. O forse no. Partendo dalla più grande storia di ingiustizia, un innocente messo in croce, ci diciamo che la morte non è mai l’ultima parola, e neanche l’ingiustizia, cerchiamo di far capire che il proprio interesse personale non può essere sempre e soltanto la cosa primaria. L’oro luccica, ma porta solo fame.



“Parli facile tu che sei ricco, ma io sono povera. È più importante il lavoro dell’amore.” Ma se il lavoro non ti gratifica, se degrada la tua salute, saccheggia la tua terra e la tua vita e se questo lavoro legittima la gerarchia e la corruzione, non è un lavoro. È sfruttamento. È schiavitù. La convinzione che l’unico miglioramento possibile sia quello individuale è una illusione. Il culto della carriera, la competizione con i colleghi, la ricerca ossessiva di gratificare i superiori ci rende divisi. E quando siamo divisi ogni nostro diritto è sotto attacco. Il lavoro migliora l’uomo e la vita con l’aiuto dell’altro e di una comunità, non con la corruzione e la disonestà.

Affinché ci possa essere parità e uguaglianza, è necessaria una Legge che sia garante di questi diritti e che venga rispettata da tutti. Se questa manca, allora mancherà sempre la giustizia in queste case. Non è facile, soprattutto quando si scopre che perfino le istituzioni più stimate sono corrotte, come ci racconta Gabri Carlotti nella sua ultima lettera. Violenza che genera violenza, morte che viene vendicata da altra morte (non ci sono statistiche affidabili sui casi di morte violenta). Sembra proprio che tutto questo non abbia fine.

Questa realtà ci sbatte in faccia l’effetto collaterale di questa nostra società che ci vuole divisi, nuclei, in conflitto. Una società che ci tiene insieme con la paura e ci dimentichiamo del valore della libertà. “Non abituatevi a tutto questo! Non abituatevi!”… Eppure continuo ad essere fermamente convinta che nessun potere, nessuna forza, nessuna ingiustizia può vincere sulla vitalità e sull’amore che una persona può vivere e donare, proprio perché unica irripetibile e capace di creatività. Queste persone non hanno potuto scegliere certo il loro destino, il luogo del mondo in cui nascere, o la famiglia sgangherata in cui crescere, ma possono e desiderano dare un senso alla loro vita e alla loro morte. E noi con loro. Non temere, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te, risuona ancora la voce del profeta.

E mentre ci lasciamo alle spalle il confine colombiano prendendo la rotta verso Sant’Antonio, con un martello pneumatico di domande senza risposta nella testa, ancora una volta guardo il cielo: e la natura parla. Vedo due arare, sono uccelli con ali lunghe e strette che si vedono mentre si attraversa il fiume. Sono uccelli che volano sempre in coppia. Gabri mi racconta che una volta che si guardano, si scelgono e da quel momento volano per sempre insieme. Il loro volo si distingue dagli altri perché tracciano traiettorie sincroniche in parallelo. Le loro curve sono così perfette che sembrano lineari. La libertà del volo di una comincia con la libertà del volo dell'altra. E allora la natura risponde: sì, è possibile fare scelte coraggiose e rimanere nella semplicità. Riconoscere il sentimento, che sia rabbia o amore, riconoscerne il valore e scegliere che direzione darci. È possibile scegliere l’onestà e la libertà. Condivisa.



Lo stupore e la gioia più grandi sono proprio nel vedere la nascita di luoghi nuovi in questa terra. Se non c’è lo spazio, lo si crea. Dove c’è una urgenza, si risponde alla necessità. “Padre, vorremmo una chiesa in comunità!”, “Facciamola”. “Padre, non c’è una scuola!”, “ Vi aiutiamo”. “I garimpos ormai hanno avvelenato tutto il nostro lago”, “Avete bisogno di acqua? Vi diamo una cisterna con depuratore per l’acqua piovana, che è sicuramente più sana di quella del fiume”. I discorsi oggi dominanti affermano che non c’è alternativa al capitalismo, che le utopie non hanno più senso e che la storia è arrivata al capolinea. Sono discorsi di autogiustificazione e disperazione che infieriscono sui poveri! Generano pessimismo e depressione. La speranza nasce quando le vittime cominciano a parlare, ad agire, a organizzarsi per conto proprio; quando i missionari si fanno presenti in mezzo al popolo, rinunciando ai vantaggi della propria classe sociale, accompagnando i processi di organizzazione, aiutando a cancellare il sentimento di incapacità; quando si danno delle opportunità per essere un inizio nuovo. La speranza ci dà le ragioni e la forza per decidere tra un presente imprevedibile e sofferente e un esodo verso un futuro imprevedibile e rischioso. Vivere nella speranza ha i suoi rischi: esige presenza, visione e intervento. Siamo attori…sociali. Camminare, ascoltare e agire. È questo che mi insegna ancora l’Amazzonia. La fede, prima di essere teologia, prima di essere credo e religione, prima di essere filosofia, prima di essere cultura, prima di essere tutto quel bagaglio di conoscenza che se fine a se stessa non serve a nulla, è incontro e presenza.



Comunità di Vista Alegre, ultima notte in barca. Alle 4 del mattino sentiamo dei petardi e una barca, con le sue luci abbaglianti, ci sveglia. Ci alziamo tutti e tre per capire cosa sta succedendo. Sono arrivati degli uomini della comunità con il materiale per costruire la chiesa. Gabri si alza a guardare chi è: “Beh io non lavoro adesso… fanno poi loro…” e torna a letto esausto. Prima di richiudere gli occhi mi fa “é la vita mia cara…” e torna questo mantra. Rido. È la frase ricorrente in queste settimane. Ma ormai non si dorme più. Non siamo allenati come gli abitanti della foresta. Ci alziamo alle sei e riprendiamo il viaggio. Solchiamo il fiume. Alzando gli occhi non si vede il sole, ma i suoi raggi giocano con le foglie sui rami più alti. “Di tramonti ne vediamo tanti… ma di albe poche…”.  Tainà, dice Gabri. È la parola che si grida quando il sole sorge: vogliamo essere un mondo nuovo, né primo né terzo, un mondo secondo e fraterno. Si, è la vita.

Anna Chiara e Gabriel, missionari dell’Amazzonia

 

Santo Antonio do Içá, 12 maggio 2023 – mese di Maria e di tutte le mamme

 

Nel palmo della tua mano

  Gabriele Carlotti, missionário dell’Amazzonia   Innanzitutto um saluto fraterno a tutti, non vorrei dimenticare nessuno, come diceva papa ...