lunedì 5 gennaio 2026

Cosa posso dire del mio primo anno brasilano?

 


Presepe nella foresta a santo Antonio do Iça


 

Paolo Bizzocchi

 

Ciao a tutti e tutte.

Primo “esame d’incoscienza” del 2026… con la coscienza un po’ turbata dai recentissimi fatti accaduti alla porta di casa nostra, nel confinante Venezuela.

Non ho certamente l’intenzione di difendere il dittatore Maduro, ma l’aggressione statunitense non potrà certamente essere foriera di un futuro di libertà per un popolo che ha già sofferto tanto.  Assieme a questo, il concretizzarsi delle minacce trumpiane sul Venezuela preoccupa perché le parole aggressive che la sua amministrazione sta rivolgendo a Colombia e Messico non sono molto diverse da quelle con cui ha iniziato verso l’amministrazione Maduro.  Per dirla tutta, anche in Brasile ci sono forze che stanno invocando l’intervento statunitense per liberare il paese dal “comunista” Lula (e nell’autunno avremo le elezioni presidenziali…).  Sembra che sia partito un domino, vediamo se e dove si fermerà…

Ma non è di questo che volevo parlarvi. Piuttosto, la fine del primo anno solare vissuto in Brasile mi porta a fare un po’ un bilancio ed un “esame di coscienza” di questo primo periodo di permanenza.

Cosa posso dire del mio primo anno brasilano?

Parto da cosa “non posso dire”, che forse è più semplice:

- Non posso dire che sia stato facile e leggero. È stato un anno che ne vale almeno tre, forse cinque. Entrare in una lingua nuova, in una cultura nuova, in uno stile di vita nuovo è uno sforzo bello, ma anche affaticante. La mente ne risente, la memoria viaggia costantemente piena, trovare un luogo ove rilassarsi è difficile. Questo è innegabile.

- Non posso dire di essermi sentito solo, perché attorno a me ci sono stati in tanti. C’è sempre stato il Signore, che non conosce limiti di spazio, ci sono stati gli amici e le amiche di Reggio, c’è stato anche il popolo di qui, che dopo un primo momento di smarrimento ha assunto un atteggiamento di simpatica accoglienza dei miei limiti, c’è stato d. Gabriele, che nonostante ci provi a fare un po’ il duro ha una bontà ed attenzione veramente materne.

Comunità di san Sebastiano


- Non posso dire di essermi annoiato, perché ogni giorno è una cosa nuova. A Reggio l’agenda era piena, ma a volte il tempo appariva un po’ vuoto; qui l’agenda è quasi vuota, ma la giornata cambia ad ogni momento e si riempie di vita.

- Non posso dire di aver fatto fatica ad ambientarmi, perché mi sono sentito subito in una dimensione di vita che mi si addice molto. Questo mi ha sorpreso, ma è stata una bella sorpresa. Aspetti di vita semplice ed umana che nel ministero reggiano rischiavano di essere un po’ soffocati dai doveri istituzionali, nei ritmi di qui hanno subito trovato più spazio e respiro.

- Non posso dire che verrei volentieri a casa, se non per fare un po’ di ferie, perché questo mondo sta lentamente diventando il mio mondo. Poi, stando ai programmi, ritornerà anche per me la vita “all’italiana”, ma ora è chiarissimo che il mio posto è qui, non solo fisicamente (almeno per quanto dipende da me…).

 

Quindi, cosa posso dire?

- Posso dire che il Signore sa fare i suoi calcoli e scegliere il momento giusto. Io avevo dato al vescovo la disponibilità a partire nel momento dell’ordinazione (11 giugno 1994), ma indubbiamente avevo bisogno di un po’ di preparazione (19 anni di lavoro con il seminario, studio ed insegnamento, pastorale vocazionale, esperienza in parrocchia, 11 anni da parroco…)

- Posso dire che è bello ed importante essere parte di una chiesa diocesana e di una comunità cristiana che accompagna e condivide. Essere missionario diocesano (Fidei Donum) è bello, perché si agisce a nome e nella comunione di una chiesa: che è qui non sono io, ma è la chiesa di Reggio e Guastalla, che occasionalmente qui in Alto Solimoes è rappresentata da me, d. Gabriele e d. Marco (oltre d. Paolo a Manaus e d. Luigi con sr. Alessandra e sr. Annamaria delle CdC in Bahia). Questo dà molta forza e direzione.

- Posso dire che è vivificante mettere i piedi ed il cuore lì dove si può guardare il mondo e la vita da un altro punto di vista. Ci si può e ci si deve provare anche da casa, ma mettere i piedi nella terra girata dall’altra parte è un’altra cosa. Guardando la povertà e le ingiustizie del mondo dalla nostra parte occidentale si può arrivare ad avere commiserazione, rabbia, a volte capacità di condivisione; guardandola da qua si vede la dignità, forza e bellezza di vite e culture che “l’altro mondo” spesso guarda con disprezzo o sufficienza o commiserazione. E ci si duole che ci sia una parte del mondo – la mia - che non si renda conto di essere accecata dal proprio presunto benessere e sapere.

- Posso dire la differenza culturale è un tesoro prezioso, ma che chiede la fatica di scavare molto. Scavare innanzitutto dentro di sé, per lasciarsi liberare da uno sguardo pregiudiziale e parziale; scavare nel mondo delle persone di qua, per comprendere un po’ con che occhi guardano me, la loro vita, il mondo e Dio.

- Posso dire che non esiste una cultura superiore, anche se esistono culture più sviluppate tecnicamente o nella riflessione filosofica. Denigrare il grande cammino fatto dalla cultura tecnica e filosofica occidentale è sciocco ed inconcludente, perché tutti noi viviamo di essa e tanti ce la invidiano, ma usare questa come unico metro di misura per valutare il resto del mondo è ingenuo ed ignorante, impoverisce enormemente la nostra umanità e genera violenza di tutti i tipi. Qui ci sono persone che vivono con basi culturali diverse, hanno sguardi sulla vita diversi, hanno un’idea della realtà diversa… e vivono, gioiscono, piangono, credono, amano ed odiano, sono autenticamente umane, molte volte molto più autenticamente umane di noi occidentali. Negare questa ricchezza è fonte di grande povertà, innanzitutto per noi.

Vi ho fatto girare la testa con i miei “pensamenti”? Tranquilli, sta girando anche a me…

Il Signore ci accompagni tutti!

d. Paolo

TEMPO DI SILENZIO E DI ASCOLTO

 

Con i seminaristi della parrocchia di santo Antonio do Iça, alunni di Cugini


 

Marco Lucenti

 

Ciao a tutti!
 In questo giorno di Epifania, che qui è domenica 4 gennaio, scrivo la seconda lettera. In questi giorni mi veniva questo pensiero: mi fa molto ridere il pensare a quando tornerò in Italia, non necessariamente al termine della missione, ma anche in un viaggio precedente. Mi fa ridere perché penso mi potrebbe esser chiesta una testimonianza. E questo sarà un problema! Un problema grosso. Non tanto perché non ci siano cose da dire o cose differenti (siamo dall’altra parte del mondo … vedrai che di cose ce ne sono!!!), quanto invece per altri motivi:

-mi piace fare silenzio, ascoltare. E parlare è già definire, è già schematizzare … è un po’ anche giudicare o per lo meno cercare soluzioni usando una testa che non è ancora pronta per essere usata al meglio (occorreranno anni! Plurale, tanti!!!). Ora sono in un momento privilegiato che non tornerà: posso tacere e ascoltare, capire poco e chiedere, gli altri sanno che io non posso esprimermi, quindi non pretendono io sia in una comunità o in un’altra, per una fazione o per un’altra, … perché tanto sono uno straniero (che non sa il portoghese e non sa nulla di loro, …: cose profondamente vere) e non capisco (vero!)

-perché loro sono la mia famiglia. Faccio un esempio. Io a Castelnovo mi sono trovato benissimo e ringrazio. Facciamo l’esempio non reale che io avessi invece avuto problemi. Badiamo che “problemi” non significa solo “mi potevo trovare male anziché bene”, ma anche “trovare una struttura sociale, parrocchiale, oratoriale, presbiterale, … così tanto differente dal mio pensiero che genera in me non immediato benessere” e già questo sarebbe percepito dal soggetto (nell’esempio, io) come problema. Ecco. Allora potete capire che se questa è la mia famiglia più prossima, allora io sono chiamato ad amare questa e, se lo farò (volentieri e non per forza), lì sarà la mia felicità. Allora capite l’esempio, ora: se io mi fossi trovato male a Castelnovo, avrei (s)parlato di Castelnovo fuori, agli altri? Ringraziamo che così non è andata, ma comunque la risposta giusta sarebbe stata “NO”! Ripeto, fra l’altro la tua stessa felicità è amare dove sei, non giudicare dove sei parlando con persone che non abitano con te dei difetti dei luoghi in cui sei. Capite che qui c’è un corto circuito! Ogni famiglia deve avere amore dentro di sé; non può stare bene fuori e invece malsopportare/non capire/sparlare fuori di ciò che c’è dentro. Tutto quest’esempio perché? Perché ogni cosa che scrivo, che condivido ora e domani deve avere due caratteristiche: 1)essere amata, almeno un poco, da me; 2)deve chiedere a chi ascolta di fare altrettanto: io ti dico qualcosa della mia vita, di un posto altro, … ma tu devi esser disposto a fare altrettanto: la nostra dev’essere una condivisione, che è molto di più! Io potrei anche raccontarti di una difficoltà che sto avendo (per ora ringrazio, ma non ne ho!), ma è tutto nell’amore dell’amicizia, quindi anche tu. Non ti dico “raccontami le tue”. Certo, ascolto tutti molto volentieri, ma ti dico di più: io ti parlo di come si vive qui, ma tu mi devi dire di come vivi lì, di come senti la tua comunità, di come vivi la struttura sociale che ti circonda, … È inutile che io invidi le cose belle altrui o che veda le inconsistenze degli altri e non metta mano alle mie! Altrimenti i miei racconti sarebbero solo una gita, una curiosità. Di quel che ti dico cosa te ne fai (ho usato appositamente il verbo “fare” e non “pensare”, perché pensiamo già abbastanza!)? Sarebbe bello ricevere lettere personali o ancor di più dalle unità pastorali che avessero voglia di leggersi e raccontarsi in modo comunitario! Vi ringraziamo in anticipo per i bellissimi scambi che potranno nascere, se vorremo!!!



-vi invito, venite e vedete voi con il vostro cuore; davvero, venite, la canonica è grande!!! Capisco perché il biglietto aereo costa, capisco perché non tutti possono assentarsi da casa per un po’, capisco perché non tutti hanno la salute, … ma, chi vuole e può, venga. E può esser tramite per chi non può, un tramite vicino, non lontano, un tramite conosciuto e amato, non letto soltanto. Non vi invito oggi per oggi perché io stesso non so nemmeno dove sono e mi assenterò dalla parrocchia per molto tempo per fare un corso di lingua, … quindi sicuramente parliamo di fra molti mesi (chiedo scusa e pazienza), ma la casa è aperta: fra l’altro “aprire la casa per aprire il cuore, proprio e degli altri” potrebbe essere un buono spot anche per noi in Italia, forse.

Accortomi che sono già andato abbastanza lungo, mi scuso e termino con una parola: FAMIGLIA. Non a caso l’ho usata in precedenza. Avevo detto che mi sarebbe piaciuto intestare le lettere e questa la vorrei inviare a tutte le famiglie, anche perché a Natale la parola “famiglia” è una parola importante.

Vi dedico la canzone che ho messo all’inizio della lettera con i riferimenti in Youtube (testo originale e testo tradotto in italiano). E ve la dedico per ringraziarvi tutte e per ricordarvi della vostra grande vocazione. Nei giorni prima del Natale ero a casa di una signora della parrocchia, per vivere con la sua famiglia un momento di preghiera. Quando ha intonato questa canzone alcuni si sono messi a piangere. Io non so il perché, ma credo ricordasse loro i Natali passati, quando erano piccoli, tutte le volte che avevano pregato insieme in famiglia, … e che da tutte quelle cose piccole, molto povere, ma belle, erano stati formati all’amore e loro stessi avevano formato la loro famiglia. Eravamo infatti una trentina, fra nipoti, figli, sposi e genitori. Allora scrivo a tutte voi, famiglie, certamente provate dallo stile di vita che spesso anziché aiutarci ci schiaccia: siate sante! Il santo è il separato, colui che riesce a non vivere come tutti, perché lui ha una vocazione speciale. Siate tutte famiglie sante! Ricordate le preghiere, della nonna che ve le faceva dire, dei rosari in casa, della messa la domenica, quanto era bello trovarsi con gli amici, essere comunità, … e continuate voi stessi a fare così. Ricordando il bene ricevuto, piangerete pure voi, poi gioirete e ringrazierete. Ma non può tutto finire qui: perché non possiamo farlo anche noi? Se riusciva nostra nonna che non aveva nemmeno la 5^ Elementare … E non diamo sempre colpa al “povero tempo” che non ha fatto nulla di male: lui passa allo stesso modo per tutti, indipendentemente da come lo usiamo. Ricordatevi della vostra vocazione, unica! Tutti vi ringraziamo perché da voi siamo nati e senza di voi non avremmo imparato ad amare. Il bambino Gesù (O menino Jesus) è nato in una famiglia e lì ha imparato tutto. Grazie a tutte voi famiglie per averci dato tutto: la vita, l’amore, la fede (che tante volte sono la stessa cosa). Grazie.

Buona Epifania a tutti e buon ritorno a scuola, lavoro, esami, …

P.s.: prometto che il prossimo mese metto delle foto!!!

 

Cosa posso dire del mio primo anno brasilano?

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