venerdì 16 gennaio 2026

DICEMBRE E GENNAIO: TEMPO DI DEVOZIONI E NOVENARI

 




 

Paolo Buzzocchi

Ciao a tutti e tutte!

 

Vi scrivo dal telefonino perché in questo momento il nostro Starlink fa le bizze, speriamo per poco, e col computer non riesco a collegarmi.  Quindi mi perdonerete gli errori di battitura... magari mi aiuterà ad essere più breve!

Qui è tempo di Novenari... in dicembre abbiamo avuto N. S. de Guadalupe ed il Menino Jesus, ora stiamo facendo S. Sebastião, subito dopo N. S. da Saude e direttamente collegato S. Lazaro (quello povero), poi in marzo sarà la volta di S. José... S. Sebastião riscuote una devozione particolarmente grande, tanto che oltre al novenario "ufficiale" nella comunità a lui dedicata, ce ne sono almeno altri due o tre. Non so il perché di tanta devozione: forse perché era un soldato, e l'immagine della forza qui attrae molto, qualcuno mi diceva che ha anche attinenze col mondo agricolo e la peste... insomma: è un santo che "serve".

 Cos'è un novenario? Un po' come le nostre sagre di paese, qui di quartiere, ma con un aspetto religioso molto più pronunciato. Ogni sera, per nove sere, nella comunità c'è una celebrazione, alla quale sono invitati altri gruppi e comunità. Quando i nostri sono arrivati erano tutte Messe, ora alterniamo con Rosario, adorazione, celebrazione penitenziale, battesimi. Nel novenario che stanno facendo in S. Sebastião hanno fatto una serata dedicata alla carità, con le persone povere: una liturgia alternativa e bella, la lavanda dei piedi che spiega l'Eucaristia, e viceversa!

Un elemento fondamentale del novenario è il "mastro", l'alto palo con la bandiera del Santo che accompagna i nove giorni. Adornato con frutta, è chiaramente un simbolo di fecondità, una tradizione della religiosità locale accolta e "cristianizzata". Una cosa "impura", che mescola fede cristiana ed idolatria? Si, abbastanza chiaramente. Ma la fede cristiana cattolica è sempre stata così, più che togliere ha sempre assunto... come Gesù che si è sempre mescolato, non si è mai isolato per questioni di purezza.

Il mastro


La cosa bella è che i novenari sono una cosa del popolo, che nasce dal popolo e vive nel popolo. Noi abbiamo il nostro compito - a volte un po' affaticante di presenza e celebrazione, ma poi è una cosa loro, di una chiesa che in quei giorni si "mescola" il più possibile col quartiere ove vive. Sono importanti anche perché in questi giorni le comunità si riconoscono, si danno un'identità loro, e si visitano a vicenda (magari col vanto di aver portato tante persone...)

Un'altra cosa bella è che quest'anno celebreremo nuovamente in forma completa il novenario di N. S. della Salute. Due anni fa il responsabile aveva rubato tutti i soldi della vendita di cibo (cosa purtroppo sempre possibile) e l'anno scorso non avevano avuto la forza di riprovarci. Ora hanno preso coraggio, anche se io mi sono dovuto prendere il carico di custodire personalmente gli introiti. C'è tanto entusiasmo... speriamo bene!



Vado verso la conclusione.

Voglio solo aggiungere che ho timidamente iniziato ad andare al carcere. È una cosa tutta da costruire, ma mi è chiaro che da li non posso uscire così come entro. La presenza di questi uomini rinchiusi tutto il giorno o quasi in due strette celle, ove possono restare anche diversi mesi, non può non toccare. Soprattutto perché sono le persone del paese, che pochi giorni prima incontravo per strada (ho trovato anche un nostro muratore...).

Sono passato giovedì scorso, dicendo la mia intenzione di andare il giovedì per chi desidera colloqui. Sono tornato martedì per portare alcuni medicinali, visto che ieri ero fuori città. Appena mi hanno visto mi hanno chiesto: giovedì vieni?

Sembra di sentire il Signore sulla croce: ho sete... di qualcuno che si ricordi che esistiamo e siamo uomini.

Il Signore ci accompagni!

lunedì 5 gennaio 2026

Cosa posso dire del mio primo anno brasilano?

 


Presepe nella foresta a santo Antonio do Iça


 

Paolo Bizzocchi

 

Ciao a tutti e tutte.

Primo “esame d’incoscienza” del 2026… con la coscienza un po’ turbata dai recentissimi fatti accaduti alla porta di casa nostra, nel confinante Venezuela.

Non ho certamente l’intenzione di difendere il dittatore Maduro, ma l’aggressione statunitense non potrà certamente essere foriera di un futuro di libertà per un popolo che ha già sofferto tanto.  Assieme a questo, il concretizzarsi delle minacce trumpiane sul Venezuela preoccupa perché le parole aggressive che la sua amministrazione sta rivolgendo a Colombia e Messico non sono molto diverse da quelle con cui ha iniziato verso l’amministrazione Maduro.  Per dirla tutta, anche in Brasile ci sono forze che stanno invocando l’intervento statunitense per liberare il paese dal “comunista” Lula (e nell’autunno avremo le elezioni presidenziali…).  Sembra che sia partito un domino, vediamo se e dove si fermerà…

Ma non è di questo che volevo parlarvi. Piuttosto, la fine del primo anno solare vissuto in Brasile mi porta a fare un po’ un bilancio ed un “esame di coscienza” di questo primo periodo di permanenza.

Cosa posso dire del mio primo anno brasilano?

Parto da cosa “non posso dire”, che forse è più semplice:

- Non posso dire che sia stato facile e leggero. È stato un anno che ne vale almeno tre, forse cinque. Entrare in una lingua nuova, in una cultura nuova, in uno stile di vita nuovo è uno sforzo bello, ma anche affaticante. La mente ne risente, la memoria viaggia costantemente piena, trovare un luogo ove rilassarsi è difficile. Questo è innegabile.

- Non posso dire di essermi sentito solo, perché attorno a me ci sono stati in tanti. C’è sempre stato il Signore, che non conosce limiti di spazio, ci sono stati gli amici e le amiche di Reggio, c’è stato anche il popolo di qui, che dopo un primo momento di smarrimento ha assunto un atteggiamento di simpatica accoglienza dei miei limiti, c’è stato d. Gabriele, che nonostante ci provi a fare un po’ il duro ha una bontà ed attenzione veramente materne.

Comunità di san Sebastiano


- Non posso dire di essermi annoiato, perché ogni giorno è una cosa nuova. A Reggio l’agenda era piena, ma a volte il tempo appariva un po’ vuoto; qui l’agenda è quasi vuota, ma la giornata cambia ad ogni momento e si riempie di vita.

- Non posso dire di aver fatto fatica ad ambientarmi, perché mi sono sentito subito in una dimensione di vita che mi si addice molto. Questo mi ha sorpreso, ma è stata una bella sorpresa. Aspetti di vita semplice ed umana che nel ministero reggiano rischiavano di essere un po’ soffocati dai doveri istituzionali, nei ritmi di qui hanno subito trovato più spazio e respiro.

- Non posso dire che verrei volentieri a casa, se non per fare un po’ di ferie, perché questo mondo sta lentamente diventando il mio mondo. Poi, stando ai programmi, ritornerà anche per me la vita “all’italiana”, ma ora è chiarissimo che il mio posto è qui, non solo fisicamente (almeno per quanto dipende da me…).

 

Quindi, cosa posso dire?

- Posso dire che il Signore sa fare i suoi calcoli e scegliere il momento giusto. Io avevo dato al vescovo la disponibilità a partire nel momento dell’ordinazione (11 giugno 1994), ma indubbiamente avevo bisogno di un po’ di preparazione (19 anni di lavoro con il seminario, studio ed insegnamento, pastorale vocazionale, esperienza in parrocchia, 11 anni da parroco…)

- Posso dire che è bello ed importante essere parte di una chiesa diocesana e di una comunità cristiana che accompagna e condivide. Essere missionario diocesano (Fidei Donum) è bello, perché si agisce a nome e nella comunione di una chiesa: che è qui non sono io, ma è la chiesa di Reggio e Guastalla, che occasionalmente qui in Alto Solimoes è rappresentata da me, d. Gabriele e d. Marco (oltre d. Paolo a Manaus e d. Luigi con sr. Alessandra e sr. Annamaria delle CdC in Bahia). Questo dà molta forza e direzione.

- Posso dire che è vivificante mettere i piedi ed il cuore lì dove si può guardare il mondo e la vita da un altro punto di vista. Ci si può e ci si deve provare anche da casa, ma mettere i piedi nella terra girata dall’altra parte è un’altra cosa. Guardando la povertà e le ingiustizie del mondo dalla nostra parte occidentale si può arrivare ad avere commiserazione, rabbia, a volte capacità di condivisione; guardandola da qua si vede la dignità, forza e bellezza di vite e culture che “l’altro mondo” spesso guarda con disprezzo o sufficienza o commiserazione. E ci si duole che ci sia una parte del mondo – la mia - che non si renda conto di essere accecata dal proprio presunto benessere e sapere.

- Posso dire la differenza culturale è un tesoro prezioso, ma che chiede la fatica di scavare molto. Scavare innanzitutto dentro di sé, per lasciarsi liberare da uno sguardo pregiudiziale e parziale; scavare nel mondo delle persone di qua, per comprendere un po’ con che occhi guardano me, la loro vita, il mondo e Dio.

- Posso dire che non esiste una cultura superiore, anche se esistono culture più sviluppate tecnicamente o nella riflessione filosofica. Denigrare il grande cammino fatto dalla cultura tecnica e filosofica occidentale è sciocco ed inconcludente, perché tutti noi viviamo di essa e tanti ce la invidiano, ma usare questa come unico metro di misura per valutare il resto del mondo è ingenuo ed ignorante, impoverisce enormemente la nostra umanità e genera violenza di tutti i tipi. Qui ci sono persone che vivono con basi culturali diverse, hanno sguardi sulla vita diversi, hanno un’idea della realtà diversa… e vivono, gioiscono, piangono, credono, amano ed odiano, sono autenticamente umane, molte volte molto più autenticamente umane di noi occidentali. Negare questa ricchezza è fonte di grande povertà, innanzitutto per noi.

Vi ho fatto girare la testa con i miei “pensamenti”? Tranquilli, sta girando anche a me…

Il Signore ci accompagni tutti!

d. Paolo

TEMPO DI SILENZIO E DI ASCOLTO

 

Con i seminaristi della parrocchia di santo Antonio do Iça, alunni di Cugini


 

Marco Lucenti

 

Ciao a tutti!
 In questo giorno di Epifania, che qui è domenica 4 gennaio, scrivo la seconda lettera. In questi giorni mi veniva questo pensiero: mi fa molto ridere il pensare a quando tornerò in Italia, non necessariamente al termine della missione, ma anche in un viaggio precedente. Mi fa ridere perché penso mi potrebbe esser chiesta una testimonianza. E questo sarà un problema! Un problema grosso. Non tanto perché non ci siano cose da dire o cose differenti (siamo dall’altra parte del mondo … vedrai che di cose ce ne sono!!!), quanto invece per altri motivi:

-mi piace fare silenzio, ascoltare. E parlare è già definire, è già schematizzare … è un po’ anche giudicare o per lo meno cercare soluzioni usando una testa che non è ancora pronta per essere usata al meglio (occorreranno anni! Plurale, tanti!!!). Ora sono in un momento privilegiato che non tornerà: posso tacere e ascoltare, capire poco e chiedere, gli altri sanno che io non posso esprimermi, quindi non pretendono io sia in una comunità o in un’altra, per una fazione o per un’altra, … perché tanto sono uno straniero (che non sa il portoghese e non sa nulla di loro, …: cose profondamente vere) e non capisco (vero!)

-perché loro sono la mia famiglia. Faccio un esempio. Io a Castelnovo mi sono trovato benissimo e ringrazio. Facciamo l’esempio non reale che io avessi invece avuto problemi. Badiamo che “problemi” non significa solo “mi potevo trovare male anziché bene”, ma anche “trovare una struttura sociale, parrocchiale, oratoriale, presbiterale, … così tanto differente dal mio pensiero che genera in me non immediato benessere” e già questo sarebbe percepito dal soggetto (nell’esempio, io) come problema. Ecco. Allora potete capire che se questa è la mia famiglia più prossima, allora io sono chiamato ad amare questa e, se lo farò (volentieri e non per forza), lì sarà la mia felicità. Allora capite l’esempio, ora: se io mi fossi trovato male a Castelnovo, avrei (s)parlato di Castelnovo fuori, agli altri? Ringraziamo che così non è andata, ma comunque la risposta giusta sarebbe stata “NO”! Ripeto, fra l’altro la tua stessa felicità è amare dove sei, non giudicare dove sei parlando con persone che non abitano con te dei difetti dei luoghi in cui sei. Capite che qui c’è un corto circuito! Ogni famiglia deve avere amore dentro di sé; non può stare bene fuori e invece malsopportare/non capire/sparlare fuori di ciò che c’è dentro. Tutto quest’esempio perché? Perché ogni cosa che scrivo, che condivido ora e domani deve avere due caratteristiche: 1)essere amata, almeno un poco, da me; 2)deve chiedere a chi ascolta di fare altrettanto: io ti dico qualcosa della mia vita, di un posto altro, … ma tu devi esser disposto a fare altrettanto: la nostra dev’essere una condivisione, che è molto di più! Io potrei anche raccontarti di una difficoltà che sto avendo (per ora ringrazio, ma non ne ho!), ma è tutto nell’amore dell’amicizia, quindi anche tu. Non ti dico “raccontami le tue”. Certo, ascolto tutti molto volentieri, ma ti dico di più: io ti parlo di come si vive qui, ma tu mi devi dire di come vivi lì, di come senti la tua comunità, di come vivi la struttura sociale che ti circonda, … È inutile che io invidi le cose belle altrui o che veda le inconsistenze degli altri e non metta mano alle mie! Altrimenti i miei racconti sarebbero solo una gita, una curiosità. Di quel che ti dico cosa te ne fai (ho usato appositamente il verbo “fare” e non “pensare”, perché pensiamo già abbastanza!)? Sarebbe bello ricevere lettere personali o ancor di più dalle unità pastorali che avessero voglia di leggersi e raccontarsi in modo comunitario! Vi ringraziamo in anticipo per i bellissimi scambi che potranno nascere, se vorremo!!!



-vi invito, venite e vedete voi con il vostro cuore; davvero, venite, la canonica è grande!!! Capisco perché il biglietto aereo costa, capisco perché non tutti possono assentarsi da casa per un po’, capisco perché non tutti hanno la salute, … ma, chi vuole e può, venga. E può esser tramite per chi non può, un tramite vicino, non lontano, un tramite conosciuto e amato, non letto soltanto. Non vi invito oggi per oggi perché io stesso non so nemmeno dove sono e mi assenterò dalla parrocchia per molto tempo per fare un corso di lingua, … quindi sicuramente parliamo di fra molti mesi (chiedo scusa e pazienza), ma la casa è aperta: fra l’altro “aprire la casa per aprire il cuore, proprio e degli altri” potrebbe essere un buono spot anche per noi in Italia, forse.

Accortomi che sono già andato abbastanza lungo, mi scuso e termino con una parola: FAMIGLIA. Non a caso l’ho usata in precedenza. Avevo detto che mi sarebbe piaciuto intestare le lettere e questa la vorrei inviare a tutte le famiglie, anche perché a Natale la parola “famiglia” è una parola importante.

Vi dedico la canzone che ho messo all’inizio della lettera con i riferimenti in Youtube (testo originale e testo tradotto in italiano). E ve la dedico per ringraziarvi tutte e per ricordarvi della vostra grande vocazione. Nei giorni prima del Natale ero a casa di una signora della parrocchia, per vivere con la sua famiglia un momento di preghiera. Quando ha intonato questa canzone alcuni si sono messi a piangere. Io non so il perché, ma credo ricordasse loro i Natali passati, quando erano piccoli, tutte le volte che avevano pregato insieme in famiglia, … e che da tutte quelle cose piccole, molto povere, ma belle, erano stati formati all’amore e loro stessi avevano formato la loro famiglia. Eravamo infatti una trentina, fra nipoti, figli, sposi e genitori. Allora scrivo a tutte voi, famiglie, certamente provate dallo stile di vita che spesso anziché aiutarci ci schiaccia: siate sante! Il santo è il separato, colui che riesce a non vivere come tutti, perché lui ha una vocazione speciale. Siate tutte famiglie sante! Ricordate le preghiere, della nonna che ve le faceva dire, dei rosari in casa, della messa la domenica, quanto era bello trovarsi con gli amici, essere comunità, … e continuate voi stessi a fare così. Ricordando il bene ricevuto, piangerete pure voi, poi gioirete e ringrazierete. Ma non può tutto finire qui: perché non possiamo farlo anche noi? Se riusciva nostra nonna che non aveva nemmeno la 5^ Elementare … E non diamo sempre colpa al “povero tempo” che non ha fatto nulla di male: lui passa allo stesso modo per tutti, indipendentemente da come lo usiamo. Ricordatevi della vostra vocazione, unica! Tutti vi ringraziamo perché da voi siamo nati e senza di voi non avremmo imparato ad amare. Il bambino Gesù (O menino Jesus) è nato in una famiglia e lì ha imparato tutto. Grazie a tutte voi famiglie per averci dato tutto: la vita, l’amore, la fede (che tante volte sono la stessa cosa). Grazie.

Buona Epifania a tutti e buon ritorno a scuola, lavoro, esami, …

P.s.: prometto che il prossimo mese metto delle foto!!!

 

domenica 28 dicembre 2025

NATALE A SANTO ANTONIO DO IÇA

 



Paolo Bizzocchi


Ciao a tutti e tutte in questo Natale di Gesù che tutti insieme stiamo celebrando!

State facendo un buon Natale? La Parola fatta Carne vi sta parlando un poco?

 

Immagino che in molti sapendo che sono prete penseranno che per me questi sono giorni molto impegnativi ed oberati di impegni… ma non è così. Qui il Natale, come la domenica, è diverso ed anche per noi è un giorno molto sereno ed anche di riposo. La domenica abbiamo le Messe (da due a quattro, dipende da quanti siamo qui), ma per il resto è difficile ci siano attività: le persone vivono la domenica in casa o dai parenti, le strade sono quasi vuote ed è difficile che accettino di fare attività oltre la liturgia. La prossima domenica ho proposto un incontro dei giovani con i nostri Seminaristi, che in questo periodo sono a casa: avevo pensato alle 18, concludendo con la Messa alle 19.30, ma mi è stato risposto che “è troppo presto”, quindi lo faremo partendo dalla Messa delle 19.30 e poi la serata, quando “la domenica” è finita.

 


La stessa cosa vale a Natale: abbiamo avuto una celebrazione bella e partecipata nella palestra la sera del 24 alle 21, poi il 25 soltanto alle 17.30 nella comunità del “Menino Jesus” (Bambino Gesù), che concludeva il suo novenario, ed alle 19.30 nella chiesa Matrice, con un’assemblea abbastanza ridotta. Di celebrare al mattino o a metà pomeriggio non se ne parla, si sta in casa (forse anche a smaltire la mangiata e relativa bevuta della notte del 24…).

Questo non significa che non ci tengano al Natale: diverse comunità hanno vissuto l’Avvento organizzando incontri nelle famiglie, preparandosi con molta serietà (tutto in piena autonomia, noi preti lo abbiamo imparato dalle foto).

Tutto ciò non ha tolto bellezza al Natale, gli ha anzi restituito una dimensione più “umana”, familiare e semplice, meno legata all’ansia di disparate celebrazioni: c’è stato il tempo per stare in casa, per pranzare con le nostre missionarie, anche per pregare un po’…

 

È stato anche un tempo che mi ha aiutato a intravedere alcuni indirizzi per la mia presenza qui, per iniziare a delineare che cristiano e che prete voglio essere qui. La cosa che mi si sta aprendo davanti in modo più chiaro è la priorità da dare all’ascolto ed al dialogo.

In questo discernimento fino ad ora mi hanno aiutato alcune esperienze.

Innanzitutto le Confessioni, nelle quali ho iniziato a raccogliere bisogni di accoglienza e riconciliazione enormi.

Poi la visita al carcere, con le due celle strapiene di giovani ed adulti, quasi tutti persone del paese: 19 stipati in due alte stanze, con amache su diversi livelli. Cosa è possibile fare per loro? La prima cosa che mi è venuta da dire è stato: dare uno spazio periodico di dialogo e se vogliono di Confessione. Ne sto parlando con un amico poliziotto, pare che la cosa sia possibile. Ci preghiamo sopra.



Poi il trovarmi più spesso con i giovani, soprattutto con i “coroinas” che fanno servizio nella liturgia, e che mostrano un grande desiderio di sentirsi accettati, ascoltati ed accolti.

Poi le (poche) occasioni di approccio con le chiese evangeliche: in particolare con la chiesa Battista Tradizionale, che ha usato le nostre strutture per presentare uno spettacolo natalizio, e con l’Assemblea di Dio Tradizionale. Sono le chiese un po’ più vicine al protestantesimo e pentecostalismo classico, che hanno una struttura di vita e di fede un po’ più simile alla nostra e che paiono meno aggressive verso il cattolicesimo.

 

Con l’Assemblea di Dio mi ero fatto un proposito, che stamattina grazie a Dio si è realizzato. Alla “Marcha Jesus” il pastore di questa chiesa si era fermato a salutarmi ed io mi ero proposto di ripassare da lui per farli gli auguri di Natale.

Questa mattina sono casualmente passato davanti alla sua chiesa e c’era il culto. Ho provato a fermarmi e visto che stava dando gli “avvisi” ho potuto aspettare che finisse la celebrazione per andare a salutarlo.

Mi ha fatto festa, raccontando del viaggio appena fatto con la moglie nel ventennale del matrimonio e della rappresentazione natalizia che hanno fatto nella loro chiesa. Mi ha anche presentato l’altro pastore di questa comunità e chiesto di fare una foto insieme. Visto che gli ho chiesto di guardare la Bibbia che avevano in mano mi ha raccontato che ha anche una Bibbia cattolica, regalatagli da una zia che era Ministra della Comunione.



È poca cosa, ma credo che ora per loro sarà più difficile parlare male dei cattolici e per me parlare male degli evangelici… Speriamo che si possano avere ulteriori sviluppi, sarebbe un bene per tutti e per l’annuncio del Vangelo, nostro e loro!

 

Il Signore ci accompagni e ci aiuti ad Incarnare ancora la sua Parola in mezzo a noi!

Pe. Paolo

giovedì 25 dicembre 2025

Non lasciamoci rubare il Natale!

 




 

Gabriele Calrotti

“Chi la fá, l’aspetti” diceva mia nonna. I cristiani hanno rubato la festa pagana del “sole nascente”, battezzandola come festa della nascita di Gesú. In veritá non sappiamo quando sia nato il nazareno, forse a Nazaret e non a Betlemme e certamente non il 25 di dicembre e, per dirla tutta, neppure nell’anno zero perché ormai è risaputo che l’autore del calendario ufficiale si sarebbe sbagliato di ben quattro anni.

Tutto questo ci aiuta a cogliere il senso della Parola di Dio come ‘significato della Storia degli uomini’ e non come semplice resoconto di fatti accaduti. Cosí il nostro tempo si prende la rivincita e sostituisce la festa della nascita di Gesú, con la festa del cuore e dei regali, ancora ancorata in familia – “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, ma spesso senza il bambinello. Che cosa rimane allora del Natale? Che senso ha fare festa in questo nostro mondo che sembra un campo di battaglia, definito giá da Francesco come le terza guerra mondiale, peggiorata da un alto tasso di indifferenza e impotenza davanti ai sopprusi, alle ingiustizie e ai genocidi: una carneficina! È proprio in quest’ultima parola che si nasconde il segno della speranza: “il Verbo si fece carne”. Dio ha scelto di essere presente lí dove la vita è, nella nostra carne appunto. Mentre portavo a casa due dei giovani muratori che lavorano qui da noi, facendo lo slalon fra i molti bambini che riempiono le strade, commentavo della bellezza di vedere pulsare la vita, e della tristezza del vecchio mondo dove non si fanno piú figli, del vuoto delle strade italiane. I due muratori mi guardavano increduli chiedendomi il perché, poi si sono guardati negli occhi, hanno sorriso ed esclamato a gran voce: “andiamo in Italia a fare bambini!”. In questa societá cosí essenziale, a volte sofferta e spesso abbandonata a se stessa, pulsa la vita. Donne che si prendono cura dei loro bambini anche senza il marito o i padri dei loro figli. Donne e uomini che accolgono e si prendono cura dei figli dei loro compagni o delle loro mogli. Famiglie a volte disgregate, ma di case piene e gioiose dove la vita accade ed è preziosa, prima della carriera lavorativa o della casa propria e anche della stabilitá economica, qui quasi inesistente. La vita viene sempre prima, forse in modo inconsapevole e poco responsabile, secondo i nostri canoni, ma sempre come prioritá que genera gioia.

Come ogni bambino sempre è fonte di gioia e di speranza. L’Avvento, questo tempo di preparazione alla festa del Natale del Signore Gesú, quattro settimane di avvicinamento per gustare ed accogliere la buona notizia della vita che sconfigge ogni tipo di morte, in ogni luogo e in ogni tempo, l’Avvento ci chiede di “cogliere l’attimo opportuno”, di non perdere l’occasione di riconoscere il Signore risorto, che ci viene incontro nelle relazioni umane, nel lavoro quotidiano, anche nelle situazioni di sofferenza e di fallimento, nella buona e nella cattiva sorte. Non per risolvere i nostri problemi o le grandi questioni dell’Umanitá, ma per essere al nostro fianco, perché nessuno sia solo o abbandonato,per essere l’Emmanuele – Dio con noi. Alla fine solo questo conta: essere e sentirci amati come figli e figlie care al cuore di Dio. E chi si sente amato, sará capace di amare, avrá fiducia in se stesso e negli altri, non si arrenderá mai alla mediocritá e sará pronto a lottare e a impegnarsi per la vita di molti, per un nuovo umanesimo. Non sappiamo quando il Signore Gesú ritornerá e, finalmente, fará chiarezza e potremo conoscere la veritá su molte cose; ma oggi possiamo incontrarlo e lasciarci incontrare perché il Risorto è presente nella Storia dell’Umanitá. Per questo celebriamo il Natale, ricordiamo la sua nascita nella carne, impegno fedele di restare per sempre presente nelle nostre vite, cosí sofferte a volte, ma sempre gioiose per la fede e la fiducia che riponiamo in lui Signore della Vita. Buon Natale a tutti dal polmone del mondo, terra piena di vita, Amazzonia di speranza. Gabriel

 

sabato 20 dicembre 2025

CIAO A TUTTI! PRIMA LETTERA DI DON MARCO DALL'AMAZZONIA

 

Il porto di santo Antonio do Iça, la città dove don Marco è arrivato per la missione in Amazzonia



Prima di partire sono rimasto d’accordo di scrivere una lettera al mese. Mi piacerebbe indirizzarle tutte. Non nel senso di scriverle solo per alcuni, ma a tutti, ma mentre scrivo, pensare specialmente a qualcuno. A volte lo potrei esplicitare e altre no.

La prima lettera non posso non scriverla ai giovani di Castelnovo, pensando alla cena di Natale che faranno in oratorio venerdì 19 dicembre. Ho letto nei messaggi che sarete tantissimi e questo mi fa molto piacere, non per il numero, ma per la continuità.

In questa prima lettera chiedo scusa se non sarò all’altezza dei predecessori, se da quel che scrivo non ci sarà da trarre molto, se … e me ne dispiaccio se leggerle potesse esser solo tempo perso. Sappiate che nulla è fatto con coscienza di cattiveria. Da parte mia accetterò suggerimenti di qualsiasi tipo e, se potrò e se sarà nelle mie possibilità, farò volentieri.

Mi piacerebbe restar fedele a questo scriverci, a questo scambio.

E se scambio è, prima di tutto vi chiedo: come state? Non è una domanda di rito! Chiedo a chiunque di voi: come stai? Chi vorrà potrà rispondermi personalmente; mi interessa. Molto. Grazie a tutti.

Continuo dicendo che mettermi davanti a questo computer per scrivervi mi fa nuovamente scendere lacrime; la vostra immagine è ancora molto viva nel mio cuore.

Pensando che questa lettera possa esser letta all’inizio della suddetta serata e ricordandomi che coi giovani, come con tutti, bisognerebbe essere brevi, allora scelgo di condividere soltanto una cosa, anche perché sono appena arrivato e vorrei tacere ed ascoltare, prima di parlare. Ripeto, bisognerebbe star zitti e fare una media un po’ più lunga rispetto a qualche oretta passata qui, senza saper nemmeno dire “prego” (non so ancora come si dica, ma so dire “grazie”, con tutta la pazienza che la gente, per primo don Paolo, ha con me: obrigado).

La piazza con la Chiesa di santo Antonio


E l’unica cosa che condivido è questa: mi pare di vedere che in tutto questo, tutto quello che sta accadendo, il Signore sia fedele. Il Signore passa e chiama. Come? Non si sa. A fare cosa? Non è chiaro. Ma non mi interessa molto, onestamente. Invece, mi pare di scorgere quel filo rosso che tante cose lega, che unisce e che permette di vedere … alcuni direbbero “un senso”. Io non voglio spingermi troppo avanti, semplicemente perché i conti nella propria vita li può fare solo il diretto interessato. Nessuno può farli per te, al tuo posto. É la tua vita. E in questa vita mi pare di vedere che Dio sia fedele (si scrive “fiel”, si legge “fieu”).

Non so dove sono, ma non mi sento “gettato” a caso nel mondo. Non so fare e dire nulla, ma non mi sento “inutile”, di esser qui a buttare la mia vita (come se le vite si misurassero con quello che facciamo e coi successi che possiamo avere … un po’ da sorridere mi viene, perché il mondo la pensa così, invece). A voi dico, incrociando le dita e chiedendo anche a voi di farlo insieme con me … sto bene; mi sento bene. Questa è la cosa più grande che io possa dirvi. Ecco perché dicevo “il Signore è fedele”. Non so cosa chieda, ma non fa sentire soli, gettati, inutili. Invece accompagna, accoglie, sostiene. Soprattutto, legandomi anche al fatto che venerdì scorso voi giovani di Castelnovo avete avuto le confessioni, dico che è misericordioso. Vedete, la Bibbia inizia, subito dopo la creazione, con il peccato. Ma che peccato è? É l’uomo che, stando bene, prova a fare a meno di Dio. E io cosa ho detto prima? Che mi pare di … stare bene. Allora significa che è già iniziata la danza: io che pecco e Lui che rincorre; io che lo cerco e Lui che si cela, Lui che mi accoglie ed io che guardo altrove, Lui che ama ed io che ci provo.

Un pò di Amazzonia


Quindi due parole: Dio è fedele alle sue promesse (non so dirvi né quali sono, né come faccia) e Dio è misericordia (il più bel nome dell’amore).

Vi lascio con due citazioni da approfondire se volete:

-la prima dagli atti degli apostoli: Pietro allora prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questo è il Signore di tutti.”

-la seconda è dal più bel libro che io abbia mai letto, “Diario” di Etty Hillesum: “Tutto avviene secondo un ritmo più profondo … che si dovrebbe insegnare ad ascoltare: è la cosa più importante che si può imparare in questa vita”. (É quel filo rosso di cui parlavo prima)

Voleva essere una lettera di buon Natale e credo lo sia, perché questo auguro a me e a voi per tutta la nostra vita, auguro quello che è scritto nel salmo (22) che metto sotto, alla fine, di poterci veramente godere la vita, la fedeltà del Signore.

Un saluto ed un abbraccio a tutti, con grande cuore verso i nostri don, fra cui don Giovanni, don Alcide (un applauso e una preghiera!) e don Angelo; ai nostri super diaconi e alle super pazienti e coinvolte mogli (altro applausissimo a Ivo e la Fede!!!); ai nostri educatori, da paura (applauso senza fine), a cui con tutto il cuore auguro ogni bene per tutta la loro vita; ed, il top è sempre alla fine, a tutti voi (potete far venir giù l’oratorio … scherzavo! C’è il mutuo!), con uno speciale ricordo a chi non sta bene. Poi voi farete l’ultimo applauso ai cuochi alla fine della cena, perché, come al solito, sarà super!!!

 

Vi abbraccio e vi bacio. Col sorriso.

Buon Natale, di cuore, a tutti! Portate i miei auguri a chi non ho raggiunto, grazie! (P.s.: auguri speciali a Emma Zanet ed Annachiara, preghiamo per loro!!!)

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,

per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

 

venerdì 19 dicembre 2025

BENVENUTO DON MARCO!

 

Prima celebrazione di don Marco Lucenti


Ciao a tutti e tutte!

È un po’ che non mi faccio sentire, ed anche ora sto approfittando di un “buco” creato da una lunga assenza di corrente elettrica in buona parte della città, che ha modificato i piani di questa serata.

Visto che il computer ha la batteria, è il momento giusto per farmi sentire.

Perché non ho scritto prima? Semplicemente perché nel giro di pochi giorni sono cambiate tante cose ed il mio tempo si è improvvisamente ristretto e “riempito”.

La prima cosa sono i lavori in casa, che mi hanno tolto spazi e ritmi ai quali mi ero ormai abituato;  poi la grande gioia dell’arrivo di d. Marco, una vera “bomba di vita” caduta sulla nostra comunità: in dieci giorni sta già migliorando molto nel portoghese, dimostrandosi molto rapido nell’apprendere (o forse sono io che sono un po’ lento…) e, soprattutto, ha imparato a fare il cuoco in maniera più che eccellente…;

infine, con l’Avvento ho cominciato a “fare il parroco” della città in modo più pieno, con tutto quello che comporta, e questo mi ha riempito molto testa e cuore (poi sarà la volta delle comunità del fiume, ma al momento quello che ho davanti mi basta ed avanza…).  Adesso è il momento nel quale cominciare a decidere “quale parroco” voglio essere, che impronta voglio dare al mio ministero qui. Fino ad ora ho sostanzialmente ascoltato, ora sto cominciando a fare scelte soprattutto su di me, su come voglio pormi davanti a questa realtà. È una questione importante, ma è ancora troppo presto per parlarvene, perché quello che mi ronza dentro in questo momento è più un minestrone che un piatto con ingredienti precisi: è una “sópa”, come la chiamano qui, dove ci sta dentro carne, pesce, verdure ed altre cose che forse è meglio non sapere…

 


Nell’attesa che il mio “piatto pastorale” si definisca un poco, vi parlo di quello che stiamo facendo qui, di cui ho più volte accennato.  Stiamo mettendo a posto, qui si dice “reformando”, la nostra casa parrocchiale. Si tratta di un edificio grande, di almeno una cinquantina d’anni (che per le tecniche di qua sono un tempo già rilevante). Era la casa dei frati, che per le attività parrocchiali utilizzavano il “centro pastorale” posto dall’altra parte della chiesa.

Burani e Carlotti l’hanno trovata in condizioni abbastanza precarie (segno che probabilmente l’’uscita dei frati era già in programma da qualche anno…) ed hanno fatto diversi interventi dettati anche dall’urgenza e dall’impossibilità di fare un’opera più definitiva e strutturata.

L’intervento più importante è stato l’innalzamento di un tetto superiore, a circa un metro e mezzo da precedente e sostenuto da robustissime colonne, per impedire che piovesse in casa. Nel contempo hanno portato in questo edificio la segreteria parrocchiale ed i loro uffici, spostando qui il centro della vita parrocchiale, ed adattato alcune camere per l’accoglienza. Il tutto senza una chiara definizione dell’ambiente “casa dei preti” rispetto alle parti più dedicate alla vita parrocchiale.

L’intervento che stiamo facendo ora, pensando anche a chi verrà dopo di noi, ha soprattutto tre obiettivi:

- Completare la parte superiore della casa, innalzando le pareti fino al tetto attuale e facendo il sottotetto dove manca.

- Definire meglio gli spazi della nostra vita privata, con chiari segni di separazione dagli spazi pubblici (in soldoni… evitare di uscire dalla camera per trovarsi in mezzo ad una riunione…)

- Sistemare l’impianto elettrico ed idraulico, che nella loro struttura sono ancora quelli dei frati.

Don Marco appena arrivato e subito al lavoro


Lo stile vuole essere quello di una ordinata sobrietà, evitando interventi che abbiano puro carattere estetico o di confort non adeguato alla vita di qua (cioè: è una casa grande e ordinata, chiaramene migliore di molte case del nostro popolo, ma non deve essere assimilabile alle case delle persone ricche della città).  Per gli impianti, la scelta è di fare cose funzionali, ma essenziali, usando soprattutto impiantistica esterna perché in futuro gli interventi di modifica e riparazione siano facilmente individuabili ed accessibili anche da personale non esperto.

È un investimento grande di tempo, di energie ed anche di denaro (moltissimo inferiore a quanto costerebbe da noi, ma per la media di qua indubbiamente sensibile), ma che assicura alla parrocchia un edificio che potrà durare ancora decine di anni.

Siamo tutt’ora un po’ indecisi se fermarci a quello che è essenziale fare o completare con un’opera più ampia, che riguardi l’intero edificio: riflettendo pare che andremo nella prima direzione non tanto per una questione di spesa, ma di utilizzo delle nostre forze. Il mio inizio di ministero come parroco ed il tempo necessario a d. Marco per studiare ed iniziare a conoscere la realtà sconsigliano di prolungare questa situazione troppo a lungo, con il dispendio di forze che ciò comporta.

Alex, uno dei tre seminaristi di Santo Antonio do Iça, riceve il lettorato


Magari riprenderemo in mano la cosa fra qualche anno, o ci penserà chi verrà dopo di noi; la cosa importante è che quello che facciamo ora sia ben fatto, organico e razionale, completo per quanto gli compete. Non so se avete letto fino a qui, perché di certo non ho parlato di cose intriganti ed appassionanti, ma la vita è fatta anche di questo, anche nel cuore dell’Amazzonia…

Ne approfitto per ringraziare tanto tutti coloro che ci stanno sostenendo economicamente: Anche quello che stiamo facendo alla casa è frutto delle vostre offerte e nelle scelte che facciamo ne teniamo ben conto.

 

Ristrutturazione di san Sebastiano, una delle cappelle della parrocchia

Il Signore ci accompagni tutti e tutte e ci illumini con la luce del suo Natale!

pe. Paolo

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