domenica 30 marzo 2025

La tentazione della torre di Babele

 




Paolo Bizzocchi


Ciao a tutti e tutte, 
eccomi ancora da voi da Brasilia. Sinceramente è una città con la quale fatico a fraternizzare… non per un pregiudizio, né perché manchino cose belle, ma perché le poche volte che esco respiro molta solitudine. Domenica scorsa, a metà – fine mattina, ho percorso circa 8 km a piedi, buona parte su piste pedonali ed alberate, ma le persone che ho incontrato erano veramente poche; unico assembramento davanti all’Università, ove c’era una festa con un po’ di gente. Martedì sera invece sono uscito con un amico per un gelato, verso le 20: siamo rimasti impressionati dalle giovani prostitute appostate sulla strada centrale, ragazze dall’aspetto molto normale, ma dall’abbigliamento e dall’atteggiamento inequivocabile. Se questo è quello che appare in modo aperto, viene da chiedersi quale può essere il sommerso… Insomma, l’impressione è quella di una città con tanta solitudine. Mi sono chiesto se la missione è più urgente qui o nel centro dell’Amazzonia.



Domenica scorsa ho visitato un luogo che penso sia unico e molto “brasiliano”: il “Templo da Boa Vontade”. È un insieme di costruzioni sorte negli anni ’80 per opera di Paiva Netto, un cristiano che seguendo le orme di Alziro Zazul iniziò un’opera avente l’obiettivo di far incontrare le diverse religioni in un’unica ispirazione di origine cristiana, la “religione di Dio”. I due erano entrambi scrittori e giornalisti e per i loro discepoli sono profeti guidati dallo Spirito Santo. L’ispirazione cristiana è evidente, ma vi sono molti ma… Ho iniziato la visita dal vero “tempio” una piramide nella quale si percorre una doppia spirale, nera all’ingresso, bianca all’uscita, che porta sotto la cuspide, nella quale è incastonata la più grande pietra di cristallo puro del mondo (circa 20x20x30 cm…). Alla fine della spirale bianca si arriva ad un “altare di Dio”, ove un’opera moderna raffigura i quattro elementi base: aria, acqua, fuoco e terra. 
Poi vi sono altri ambienti, più o meno di buon gusto… Molto interessante la galleria di arte moderna, ove ho scattato un paio di foto (il cartello di divieto l’ho visto solo alla fine, e comunque la custode non ha detto nulla…). Da ultimo sono arrivato al “sacrario” che custodisce una pseudo sepoltura (che in effetti è vuota) del fondatore. Qui ho parlato un po’ con la guida, che si è dichiarata cattolica e mi ha espresso il loro ideale di un’unica religione, con un’unica guida… e qui “casca l’asino”… Una religione, una guida, tutti gli uomini riuniti in un unico ideale… la tentazione della Torre di Babele è sempre presente! Va sempre ricordato come Dio risponde a questo ideale unificante: “inventa” le diverse lingue, i diversi popoli, le diverse culture, tradizioni, religioni… Dio ci ha fatti per incontrarci nell’amore, per accoglierci nelle differenze, non per farci tutti uguali: per questo ha “spaccato” l’umanità in due ed ha fatto il maschio e la femmina. Alla gentile signora non dico tutto questo (anche perché in portoghese mi sarebbe un po’ difficile), ma le rispondo che no, la cosa non mi piace, e che le differenze sono belle. Mi guarda un po’ stupita… 



Di fatto ho notato una cosa. Nell’edificio vi sono diverse raffigurazioni di Gesù: Risorto, trionfante, buon pastore, bello… ma in nessuna di queste compare la Croce, né tantomeno il Cristo Crocifisso. L’unificazione è il sogno di una fede senza croce, di un amore senza croce, di una risurrezione senza morte: un sogno che sembra realizzare la nostra umanità, ma in realtà la impoverisce di ciò che ha di più bello e profondo: “amatevi come io vi ho amato… nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici… amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…”. Con tutta la “boa vontade” del mondo questo non è possibile: senza croce non c’è risurrezione, senza morte non c’è vita.

Approfitto di questa riflessione per aprire un altro doloroso capitolo (oggi non ho molte cose consolanti, siamo in Quaresima). Mi riferisco alla chiesa brasiliana. La mia conoscenza è ancora molto limitata: vedo molte cose su internet – che amplifica i conflitti -, ma ho iniziato anche a confrontarmi. Ciò che inizia ad emergere è l’immagine di una chiesa divisa in modo lacerante, con una lotta interna al confronto della quale il problema delle molte chiese pentecostali passa quasi in secondo piano. La divisione è fra la parte che potremmo dire “progressista” e quella fortemente e rigidamente “conservatrice”, con una forte implicazione anche a livello politico con la “sinistra” attualmente al governo e la “destra” (piuttosto estrema) che è all’opposizione. 
In internet (frequentatissimo, indubbiamente è il principale formatore di mentalità) i toni sono molto accesi, particolarmente nella parte conservatrice, che ha una capacità di utilizzo di questo strumento più elevata. Sono rimasto impressionato vedendo i toni usati da importanti comunicatori, tra cui diversi preti: tutti quelli che non sono conservatori sono semplicemente “comunisti”, i vescovi brasiliani sono idolatri e “bolscevichi” e la teologia della liberazione (ormai inesistente…) è “l’opera del demonio per distruggere la chiesa”, ovviamente capitanata da papa Francesco… 
Altro che accoglienza delle differenze!
Tornerò sull’argomento. Al momento voglio solo dire che quello che sto vedendo mi sta facendo riflettere molto. Io sono un prete italiano, provvisoriamente “importato” in Brasile: qual è il mio compito a servizio di questa chiesa così sofferente?

Il Signore ci guidi con il suo Spirito, buona quaresima!
d. Paolo

domenica 23 marzo 2025

Qualcosa di Brasilia

 

Cattedrale di Brasilia, capitale del Brasile


Ciao a tutti ed a tutte!

La vita di Brasilia non è certamente quella di S. Antonio: lezioni, studio, preghiera, un po’ di vita comunitaria, lezioni, studio preghiera, un po’ di vita comunitaria, lezioni… Ma ogni posto ed ogni situazione ha qualcosa da cogliere e su cui riflettere, per cui anche da qui vi scrivo volentieri.

Innanzitutto, qualcosa di Brasilia. Di certo non conosco la città, ma nelle poche occasioni nelle quali sono uscito ho avuto un’impressione strana, quasi di un ruolo surreale. Grandi strade, grandi piazze, grandissimi palazzi e… pochissima gente in giro. Le strade sono autostrade, ma anche alle 17.30-18 il traffico è piuttosto limitato; in altri orari quasi assente. Ho percorso a piedi più di tre km sulle strade dietro casa attraversando la zona del circuito automobilistico Nelson Piquet, dello stadio, della piscina, dell’enorme palasport… non un bar, non un punto di ritrovo. Sono uscito il sabato pomeriggio: tutti i negozi chiusi – tranne il supermercato – e la poca gente radunata attorno ad una gelateria e ad un paio di bar, pur essendo in un quartiere residenziale. Insomma: una città che pare vuota. Il confronto con il caos di cani, moto, persone, bambini di S. Antonio è inevitabile!

In questi grandi spazi, la scorsa domenica con due amici siamo andati a visitare la Cattedrale dedicata alla “Nossra Senhora Aparecida”, un vero capolavoro dell’arte moderna dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer. Iniziata nel 1958 e conclusa nel 1970, è un’imponente struttura circolare di cemento armato e vetro circondata da un fossato, che rappresenta due mani che si innalzano verso il cielo. Si entra da un tunnel che passa sotto il fossato e si viene catalizzati dal cielo colorato che si apre al di sopra di noi, abitato da enormi angeli che paiono custodire il luogo di fede. Da un punto di vista pratico è stata un disastro: un’edificio in cemento, acciaio e vetro in un luogo ove le temperature estive si avvicinano ai 40° è tutto un dire… ed anche l’amplificazione è impossibile. Inoltre agli inizi degli anni ’80 diverse vetrate erano già cadute e chiesero una profonda ristrutturazione e consolidamento. Ma noi possiamo goderne la bellezza, lasciando i problemi ad altri!



Andando alla cattedrale, ho avuto uno strano “incontro” che mi sta facendo riflettere: in una enorme piazza quasi vuota, su una bella vettura pick-up… un “pregatore”, che chiamava le persone per ricevere una preghiera. Ho visto due donne avvicinarsi ed una di esse è andata vicino all’uomo che ponendo le mani sul suo capo ha iniziato a chiedere per lei ogni sorta di benedizioni riguardanti la vita ordinaria (salute, benessere…). Vista la macchina del ministro, posso dedurre che alla fine di tutto vi sia stata un’offerta adeguata.

È una cosa che colpisce e rimanda alla religiosità estremante “pratica” di questo popolo, che collega spontaneamente la fede alla ricezione di particolari benefici. Si tratta di una fede “naturale”, sostanzialmente pagana, che cinque secoli di cristianesimo hanno toccato solo in parte.

Collego questo ad un altro fatto. Facendo lezione di portoghese, un po’ per insegnarci i numeri ed un po’ per collegarci al Brasile, le insegnanti ci hanno organizzato un “Bingo”, che è praticamente una tombola. A S. Antonio avevo già sperimentato come il Bingo riempisse le piazze, ma pensavo fosse un fenomeno legato agli strati più popolari ed incolti, come sono gli abitanti dei nostri paesi. Ed invece me lo sono ritrovato animato con lo stesso entusiasmo a Brasilia, con persone giovani e laureate che certamente lo avevano organizzato a scopo didattico, ma lo vivevano con gioia e partecipazione.

Sperando di non esagerare, però mi sono fatto un’idea: questo popolo vive nel cuore il desiderio di ricevere una salvezza. Che questa salvezza venga dal dio cristiano, da un pregatore ambulante, dal sorteggio di palline numerate è un fattore secondario. Il centro è che attendono una salvezza, una “boa sorte”. Questo li rende molto diversi da noi, per certi aspetti meno “imprenditori”, per altri più aperti ad accogliere la vita per quella che è ed avere speranza. Per noi occidentali la salvezza è una cosa che innanzitutto ci dobbiamo creare noi, con le nostre forze, la nostra iniziativa ed il nostro impegno. Solo secondariamente e con fatica accettiamo che sia un altro a salvarci, lo viviamo come una sconfitta delle nostre capacità… e facciamo fatica ad avere un sentimento religioso forte.

Non dico che una cosa sia migliore dell’altra, ognuna ha le sue potenzialità ed i suoi limiti. Di certo l’incontro fra la loro impostazione di vita e la nostra, quando vissuto con umiltà ed apertura di cuore, è una grande ricchezza. Forse loro possono imparare da noi ad essere un po’ più “reattivi”, ma noi possiamo certamente imparare da loro ad essere meno autosufficienti, meno presuntuosi delle nostre capacità e più disponibili a farci aiutare da Dio e dagli altri… 

Ad ognuno è chiesto un cammino di conversione diverso e l’incontro aiuta tutti a viverlo!


Un buon cammino quaresimale a tutti voi!

sabato 15 marzo 2025

ECCOMI A BRASILIA

 


Ciao a tutti e tutte!

Paolo Bizzocchi


Ad otto giorni dalla partenza da S. Antonio e dopo due giorni e mezzo di viaggio, eccomi a Brasilia in questa nuova esperienza di formazione che ha lo scopo di introdurmi nella lingua e nella cultura brasiliana. 

Di Brasilia non ho ancora visto praticamente nulla, sono uscito per fare un po’ di spesa e per andare al cinema a vedere “Ainda estou aqui”, il film sul regime militare che per vent’anni ha oppresso il Brasile. Oggi e domani uscirò un poco, ma visto che appena arrivato sono dovuto entrare nel ritmo della scuola penso anche di fermarmi e riposare. Il tempo per vedere Brasilia non mancherà. Al momento, la cosa che mi ha colpito nel poco tempo trascorso fuori dalla nostra struttura è l’ambiente piuttosto asettico, molto pulito ma molto vuoto, con alti e luminosi palazzi e gente che cammina frettolosamente, con strade enormi che da sole conterrebbero un bel pezzo di S. Antonio… un bel salto! Siamo collocati vicino al centro: Brasilia è una città unica, costruita su un disegno architettonico che la dà la forma di un uccello o di un aereo. Noi siamo all’inizio della “Asa nord”, cioè dell’ala sinistra: un paio di km a piedi e siamo nel corpo centrale, ove si trovano i maggiori monumenti della città.


Al momento però l’attenzione è sulla comunità di missionari e missionarie che con me ha iniziato questo cammino di formazione. Qui le cose si fanno interessanti e “calde”: siamo in 36 di 18 nazionalità diverse, con un’età che va dai 25 anni di Francisco, seminarista del Togo che sembra un ragazzino, ai 61 del sottoscritto, che se ho ben colto detengo il primato di anzianità (anche se del 1964\65 siamo in tre o quattro). Europei siamo solo in quattro: io ed altri due italiani coi quali avevo fatto il corso a Verona e Rafael, seminarista salesiano della Croazia, trentenne con fisico da nuotatore. Poi… il mondo: molti dell’Africa nera, di diverse nazionalità (Togo, Nigeria, Zaire, Burundi, Congo, Etiopia…); molti asiatici, soprattutto dell’estremo oriente (Corea, Vietnam, Indonesia, India…); due messicani (uno dei quali opera in Alto Solimoes) e nessuno del Nord America o dell’Oceania. Questa incredibile concentrazione di mondo concentrata in un unico obiettivo e con le medesime difficoltà ha creato da subito un clima di forte ricerca ed interesse reciproco, con la fatica di iniziare una comunicazione in una lingua che ancora non conosciamo (noi italiani ci stiamo impegnando a parlare in portoghese, gli africani anglofoni sentono ancora fortemente la tentazione dell’inglese…). Ieri abbiamo fatto insieme la Via Crucis: per la difficoltà della lingua e la carenza di un patrimonio di canti comune, le liturgie sono ancora piuttosto ingessate e scarne, anche se molto sentite; finita la celebrazione, nel salone il gruppo africano ha iniziato spontaneamente a fare i canti delle loro diverse tradizioni… ed alla sobrietà della liturgia quaresimale si è sostituita una vitalità incredibile, che dona molto forza all’impegno comune.

Una piccola riflessione su quello che sto vedendo. Come dicevo, su 36 partecipanti siamo solo 4 europei, 3 dei quali italiani. Questo dice indubbiamente dove sta il futuro della chiesa cattolica e denuncia la profonda crisi della cristianità occidentale, europea e nord americana. Al contempo ho però constatato che la maggioranza degli africani ed asiatici appartengono a congregazioni religiose e missionarie di origine europea e soprattutto italiana; diversi di loro hanno fatto un periodo in Italia, i Saveriani e le saveriane sono passati da Parma ed uno di loro ha recentemente studiato nell’Istituto Teolgico Interdiocesano di Reggio. La chiesa italiana ora è in forte difficoltà, ma intanto ha seminato nel mondo un vastissimo campo di vangelo e vocazioni che ora stanno portando un frutto abbondante!

Questo ci riporta quasi spontaneamente a quanto ha detto Gesù: se il chicco di grano non muore, rimane solo, ma se muore porta molto frutto. La chiesa italiana pare quasi moribonda e noi ci lamentiamo di questo, ma forse potremmo fare una lettura più evangelica del nostro tempo ecclesiale. Noi, chiesa italiana ed europea, stiamo morendo perché questo è il tempo del raccolto abbondante di quanto in mezzo a noi è stato seminato, soprattutto dalla metà del XIX e per buona parte del XX secolo! Salesiani, Saveriani, Comboniani, Pallottini, Scalabriniani, Missionari del PIME… che da noi sono quasi estinti o molto anziani, in Africa ed Asia stanno fiorendo con vocazioni giovani e motivate e di questo non possiamo che gioire! Noi siamo il seme che muore e sta producendo molto frutto, non dovremmo rendere grazie a Dio di questo? 

Certamente, morire non piace a nessuno… ma i nostri agricoltori ci insegnano che perché il frutto nasca, l’inverno è importante come la primavera e l’estate (ed anche che la fretta di uscire dall’inverno e fruttificare è una fregatura, perché poi vengono le gelate di marzo…).

Pensiamoci su, e forse troveremo la strada per uscire dallo sterile (e demoniaco) pessimismo che facilmente ci prende.

Allego una foto del nostro gruppo, che stamattina ha celebrato con un gruppo di diaconi brasiliani (con tanto di vescovo) presente qui per una formazione.


sabato 8 marzo 2025

UN PRIMO BILANCIO

 

Dopo la secca adesso il fiume è immenso



Paolo Bizzocchi

Ciao a tutti e tutte.

Mentre aspetto la lancha (il battello veloce) che da S. Antonio mi porterà a Manaus, provo a scrivere due cose su questi quattro mesi iniziali di esperienza brasiliana.

Sono arrivato a S. Antonio a metà novembre, con il Rio Solimoes piuttosto basso: arrivare con le due valigie e lo zaino e salire la stramba scala di legno che porta dalla chiatta portuale alla strada non era stata un'esperienza particolarmente piacevole, anche per la paura di cadere ed iniziare la missione con una figuraccia da manuale. Ora riparto che il fiume è quasi alla massima altezza ed il pontile di accesso è comodo e sicuro: si, sono stati mesi che hanno riempito la mia vita di tante cose nuove e mi hanno dato un nuovo tipo di sicurezza. 

Come è avvenuto questo riempimento? In un modo molto semplice: svuotando,  svuotando, svuotando... e c'è ancora tanto da svuotare. 

Svuotando. La cosa è molto semplice. Fino sei mesi fa portavo la responsabilità di sette parrocchie,  di una casa di riposo, di una scuola materna (per diverso tempo due). Di quello che facevo mi sentivo sicuro,  avevo l'impressione di avere una buona coscienza ed esperienza di quello che facevo. Arrivato a S. Antonio,  dopo un giorno sulla carta ero parroco, ma di fatto mi sono trovato ad essere un bambino: non sai parlare,  non sai come muovermi, non sai il significato che viene dato ai tuoi gesti, non hai gli strumenti per decifrare il comportamento di chi hai davanti, non sai comperare un pó di pane e non capisci quanti soldi devi dargli per preparare qualche parola di omelia ti occorrono ore e devi sottoporti alla correzione di quello che hai fatto. Un bel  salto, nulla da dire. 

Fatto questo vuoto - che arriva tutto in una volta, ma te ne rendi conto nel giro di qualche settimana - piano piano si apre (non automaticamente) lo spazio per iniziare un graduale e lentissimo riempimento. Non è automatico, perché la tentazione di chiudersi nel proprio spazietto restante è forte: qui la preghiera è un aiuto enorme, non perché consola, ma perché spinge sempre nuovamente fuori.  Cosa è entrato?  Innanzitutto le debolezze e le paure che non credevo più di avere: quelle sante e benedette debolezze che mi hanno rimesso a contatto con la mia umanità più umana. Poi iniziano ad arrivare le persone: tu non le vedi, perché ti sembrano tutte uguali ed ugualmente distanti, ma loro ti vedono e ti distinguono bene e sono contente di darti un saluto quando passi per strada, di mostrare curiosità per questo "padri" che non parla la loro lingua, di farti vedere le loro cose, di dire con orgoglio una parola in un italiano stropicciato come il mio portoghese. Poi entra la storia, la storia colma di sofferenze e speranze di un popolo, di un paese, di una comunità cristiana, di singole persone che ti fanno capire che avrebbero voglia di parlarti: cosi ho avuto il privilegio di iniziare a volergli bene e di iniziare a sentirmi voluto bene.

Esteriormente in quattro mesi è cambiato pochissimo e soprattutto la lingua ben al di là dal venire: per questo sono contentissimo di partire per Brasilia e fare questi tre mesi di corso di lingua e cultura. Interiormente il cammino invece è stato tanto: siamo ancora agli inizi, ma essere qui è davvero un processo di rinascita (che passa sempre attraverso la morte...: la Pasqua non un teoria, è la logica della vita umana).

Forse sarebbe stato meglio arrivare sapendo già la lingua? Indubbiamente,  sarebbe stato di aiuto a me ed al povero d. Gabriele, che si è dovuto assumere il carico di tutto. Di certo però arrivare spoglio come sono arrivato mi sta consentendo di lavorare molto su di me, e questo di solito .porta buon frutto

Ora parto. Domani prima di sera sarò a Manaus e lunedì prenderò l'aereo per Brasilia,  da dove tornerò a giugno. 


Ci sentiamo da Brasilia!

Una quaresima feconda a tutti e tutte voi!

domenica 23 febbraio 2025

IL DONO DELL' AMICIZIA

 




Paolo Bizzocchi

Ciao a tutti e tutte, 

vi scrivo al termine di questo mese particolare, perché vissuto nell’amicizia di d. Luigi, di sr. Alessandra e di Isabela. Le loro presenze sono state un dono davvero grande perché ci hanno aiutato a guardare alla nostra realtà con occhi differenti, direi più aperti e sereni. 

Fin dalla partenza avevo pensato che la maggior difficoltà della missione amazzonica non sarebbero state le condizioni climatiche, o il cibo, o le necessità pastorali, ma l’isolamento da altri missionari e dallo stesso contesto della chiesa di Alto Solimoes della quale facciamo parte. Di fatto è così: la nostra missione amazzonica è diversa dalle altre missioni della chiesa di Reggio e Guastalla, perché la bella tradizione della nostra chiesa è di missioni composte sempre da equipe di sacerdoti, consacrati, laici, quando possibile anche famiglie. Nei limiti del possibile, ci si è sempre mossi insieme non solo per un aiuto reciproco, ma per passare alle chiese ospitanti il messaggio che non si trovavano davanti ad un missionario isolato, ma ad una chiesa che voleva entrare in comunione con loro. Al momento nella nostra missione amazzonica questo non è stato possibile, se non in modo sporadico: non per una cattiva volontà, ma per una serie di vincoli che la particolarità del luogo e del nostro inserimento ha comportato. Di certo questo è un punto sul quale io e chi condividerà gli anni della missione con me saremo chiamati a lavorare: rendere possibile la presenza nella nostra missione di volontari, consacrati, magari anche famiglie, che per un periodo consistente vengono a condividere l’impegno missionario. Questo implica anche individuare possibilità di impegno, di servizio e anche di lavoro che i missionari potrebbero svolgere in loco. A questo punta anche la necessità di completare la sistemazione della casa ove viviamo: per persone come me o d. Gabriele va benissimo, ma non si può negare che una certa provvisorietà della struttura ci sia e che un’accoglienza di lungo periodo chiederebbe di dare al tutto una forma più razionale e completa.

Al momento però siamo io e d. Gabriele, sperando per lui in una successione in tempi ragionevoli. D. Luigi ci ha detto che per vivere qui ci vogliono “persone contemplative”. Io non so se io e d. Gabriele siamo dei contemplativi o semplicemente siamo un po’ orsi, che quando hanno il loro pezzo di terreno se la cavano discretamente. Forse un po’ l’uno ed un po’ l’altro… Tra l’altro tra la mia partenza per Brasilia (e poi forse per Manaus) ed i suoi viaggi sul fiume, di certo fino a fine estate non ci pesteremo molto i piedi ed i periodi nei quali vivremo “soli” (come italiani) saranno diversi (anche per questo il mio portoghese urge come non mai). 
Ma in fondo credo che d. Luigi abbia un po’ ragione. Orsi un po’ lo siamo, ma se fosse tutto lì l’Amazzonia diverrebbe una triste esperienza di chiusura o di coraggiosa ed (evangelicamente) inutile dedizione del “grande missionario”. Invece ci stiamo impegnando seriamente per vivere la comunione, cominciando dall’accoglierci nelle reciproche e grandi particolarità e differenze, e continuando nel cercare di intessere relazioni ed essere fermento di unità con un popolo che viene da un’esperienza di chiesa indubbiamente significativa, ma molto connotata, e che vive la sofferenza di un cristianesimo sbriciolato nelle mille chiese e chiesuole che costellano il territorio. 

Se riusciamo a fare un po’ questo, significa che lo sguardo del cuore, della mente e dei piedi verso il Padre, il Figlio Gesù e lo Spirito Santo lo stiamo tenendo. Allora un po’ dei contemplativi lo siamo, non in un monastero di pietre, muri e grate, ma in questo più grande “monastero” fatto di acqua, di alberi e vegetazione, di insetti, di innumerevoli cani ed altri animali delle più diverse fatture, di persone concentrate in pochi chilometri quadri o disperse sulle rive di un fiume. Un “monastero” diverso, ma nel quale vale lo stesso imperativo che guida tutta la vita contemplativa: “Querere Deum” – “Cercare Dio” prima di ogni cosa, come scriveva S. Benedetto, e da lì costruire fraternità in Lui.

Potremmo tenerlo come primo invito: al momento non abbiamo da offrire esperienze missionarie prodigiose, ma se qualcuno vuole crescere un po’ nella ricerca di Dio forse l’Amazzonia è una buona proposta…

d. Paolo

sabato 15 febbraio 2025

DI GRAZIA RICEVIAMO E GRATUITAMENTE DONIAMO

 




Paolo Bizzocchi

Ciao a tutti e tutte!

Spero che stiate bene e che possiate un po’ condividere la mia gioia di questi giorni, perché alla presenza di d. Luigi si è unita quella di sr. Alessandra, sempre della Case della Carità di Ruy Barbosa, e di Isabela, la giovane e simpaticissima novizia brasiliana che ora la accompagna e presto sarà in Italia. D. Luigi partirà il 18 e loro il 23, quindi per un’altra settimana potrò godere di una casa “abitata” da volti amici, che in questi giorni suppliscono alla mancanza di D. Gabriele in viaggio sul Rio Iça. Purtroppo, io non ho ancora la familiarità con l’ambiente, le persone, soprattutto la lingua, per poter essere per loro una valida guida (giacché da vedere in 30 kmq non c’è molto…), ma la condivisione della fede e l’amicizia suppliscono a tanto, se non proprio a tutto.

Isabella, novizia della Casa di Caritá di Ruy, Barbosa, don Gibellini,
Suor Alessandra e don Paolo

Oggi vi scrivo per una cosa particolare… per I SOLDI. 

Si, perché anch’io sono chiamato a partecipare alla “raccolta fondi” per il mantenimento della nostra missione così come hanno fatto i miei validi predecessori; i miei riferimenti per fare questo sono l’Unità Pastorale Gioia del Vangelo e questo gruppo di comunicazione ed informazione.

Qualcuno dirà: ecco, ci siamo… gira che ti gira, dopo la poesia si arriva al portafoglio. Beh… anche… perché la condivisione dei beni è uno dei segni qualificanti della comunità cristiana fin dalle origini e lo è anche oggi.  Però prima di arrivare alle cose tecniche vorrei mettere due parole sul perché e sul come. 

Cappella di Nostra Signora di Guadalupe, nella primissima periferia di Santo Antnio 


Innanzitutto, sul perché abbiamo bisogno anche di soldi. Lo dico con grande franchezza: l’impressione è che il fatto che noi abbiamo comunque una disponibilità economica maggiore di buona parte degli abitanti locali ed anche della chiesa di qua, tante volte si presenta più come un ostacolo che come un vantaggio. Si, un ostacolo: perché siamo percepiti come quelli che possono fare cose (anche pastorali) che altri non fanno, che se gli chiedi un aiuto possono dartelo, che non vivono certi problemi immediati che loro vivono. Tutto questo in qualche misura può fare da schermo all’annuncio del Vangelo, non va nascosto. Soprattutto ci richiama ad una grande responsabilità nell’utilizzo sia personale che pastorale dei soldi; la responsabilità di una vita sobria ed anche di una pastorale sobria, che non dice “facciamo, tanto possiamo pagarlo” (e domani che noi non ci saremo più, come faranno?); la responsabilità di un uso oculato anche nella carità, che non si limiti ad una erogazione, ma aiuti una comunità a responsabilizzarsi verso i bisognosi ed i bisognosi a prendersi cura di sé. 

A volte persone legate alla vita della chiesa me lo hanno detto esplicitamente: “tanto voi italiani avete soldi”, ed io ho risposto “si, perché gli italiani sono persone generose”.

Quindi si arriva al “come” li utilizziamo, perché solo questo motiva il “perché” delle richieste. 



I campi di utilizzo sono soprattutto tre: 

- La vita pastorale della città, non per le spese ordinarie o straordinarie di importo limitato che le comunità si impegnano a sostenere, ma per le spese che vanno al di là della necessità immediata. Così è stato per l’acquisto della cappella di Taraquá o di un pezzo di terreno in una zona di nuova edificazione, per avere poi la possibilità di mettere anche lì una nostra cappella. Così è per la messa in sicurezza dell’impianto elettrico della “quadra”, del quale loro non vedono la necessità, perché tante cose sono fatte in modo molto provvisorio. Così è per il pagamento di un educatore o due che fanno attività con gli adolescenti. Questo ed altre cose simili: non uno sconto al loro necessario impegno, ma lo sviluppo di attività che loro non potrebbero sostenere sia per motivi economici che culturali. In questa voce mettiamo anche la carità ai poveri, che però è un capitolo che devo approfondire…

- La vita pastorale sul fiume, molto costosa soprattutto per il carburante della barca e le manutenzioni della stessa. A questo si aggiungono le medicine che vengono portare nei villaggi e la risposta ad altre necessità che si presentano.

- la nostra vita nella comunità. Qui vi è soprattutto il grande capitolo della sistemazione della casa ove abitiamo. Quando i nostri sono arrivati pioveva dentro a causa del deterioramento del vecchio tetto di amianto, che è ancora lì. Su questo è stata costruita una sovrastruttura in cemento e lamiera che in breve tempo ha assicurato la copertura della casa. Ma è un lavoro fatto a metà e che ora sarà da completare con la rimozione del vecchio tetto, l’innalzamento dei muri, il rifacimento di parti dell’abitato e dell’impiantistica decisamente desueta.

QUINDI, se non avete ancora chiuso il file e volete partecipare, chiediamo di farlo per quanto possibile non con un’offerta una tantum, ma con una quota fissa mensile di qualsiasi valore. 

Il mezzo per farlo è il conto corrente che troverete nel file allegato. Il tutto verrà gestito dall’Unità Pastorale Gioia del Vangelo ed ogni mese verrà comunicato il totale di quanto raccolto.



Dio ama chi dona con gioia. I soldi ci servono, ma non sono certamente questi che fanno la Missione. 

L’invito è a rifletterci e pregarci un attimo, magari anche con i vostri familiari, e poi decidere cosa fare. L’importante è che non ci siano né sensi del dovere né sensi di colpa; quello che doniamo con gioia serve alla missione, ma innanzitutto serve a chi fa il dono.

Il Signore ci benedica e ci accompagni tutti e tutte!

d. Paolo


domenica 9 febbraio 2025

IN PARTENZA PER BRASILIA

 

Le foto sono del novenario nella cappella di san Lazzaro


Paolo Bizzocchi

Ciao a tutti e tutte!

Gli Esercizi Spirituali sono finiti, ma continuano ad accompagnarmi: domani (oggi per voi che ricevete…) c’è proprio il Vangelo che mi ha accompagnato a casa: AVANCE PARA AGUAS MAIS PROFUNDAS… getta le reti in acque più profonde… Si, bisogna entrare in acque profonde, perché la realtà qui è davvero complessa e da quanto sento lì da voi non lo è di meno (le notizie su quanto sta accadendo in Italia e nel mondo mi preoccupano non poco…). 

Ma per andare in acque profonde occorre saper nuotare, per non affogare. Ora il mio “nuoto” nella realtà brasiliana è la conoscenza della lingua, ed il Signore che chiama alle acque profonde mi è venuto incontro: agli Esercizi ho imparato dell’esistenza di un corso trimestrale di lingua, storia e cultura brasiliana che si tiene a Brasilia, la capitale del grande paese. Ne ho accennato a d. Gabriele e d. Luigi e senza che io lo chiedessi loro hanno convenuto che è bene che io vada. 

È un dono grande, che chiede un investimento sostanzioso di tempo e di denaro (20-22.000 reais, 3.500€), ma ne vale la pena: ringrazio molto d. Gabriele, che ha cambiato tanti suoi programmi per permettermi di fare questa formazione, e ringrazio il Signore, perché se ne sono venuto a conoscenza è perché lui ci ha messo lo zampino! 

Tre mesi non sono molti ed al contempo sono tanti: di certo sufficienti per tornare a S. Antonio con gli strumenti per iniziare ad interagire in modo diverso con la popolazione e la realtà.

Ma ora il portoghese non né più allo zero assoluto e vi racconto alcuni piccoli episodi che mi hanno dato sollievo ed al contempo mi hanno fatto sentire la necessità di un serio impegno di studio della lingua.



La maggior parte si riassumono in una passeggiata serale, quando esco a camminare e prego con il Rosario. In una sola serata ho avuto tre incontri che mi hanno toccato.

- Il primo è stato con “il vecchietto”, uno dei mendicanti che vivono sulla piazza e spesso viene a dormire sulle panchine davanti alla nostra porta. Una sera ha iniziato a parlarmi e visto che lui parla molto lentamente e con un vocabolario minimo, sono riuscito a capirlo. Ho imparato che ha 65 anni, faceva il motorista e poi, dice lui, gli hanno rubato tutto ed è andato in rovina. Probabilmente beve, come tanti altri. In quella occasione lo avevo invitato a partecipare alla “Pastoral da Sobriedade”, un gruppo parrocchiale che si occupa soprattutto di persone con dipendenze ed attiva un primo percorso di aiuto. Avevamo fissato un appuntamento, ma non si era fatto vedere. La sera della passeggiata mi ha visto e con un sorriso a piena bocca sdentata mi ha comunicato che era andato e voleva impegnarsi per aiutare se stesso, come gli avevano suggerito. Poco portoghese, ma il cuore del vecchietto aveva capito il bisogno di lasciarsi aiutare!

- Proseguendo il cammino ed il Rosario, mentre ero vicino alla cappella di S. Francisco mi ha visto e fermato un giovane (16-18 anni), di aspetto bello e curato. Ho riconosciuto che era lo stesso che settimane prima mi aveva fermato per chiedermi il Rosario che stavo usando perché gli piaceva e se lo era messo al collo. Poco portoghese, ma con due chiacchiere che sono arrivate al cuore (almeno al mio…): “come stai?” “alti e bassi…” “guarda agli alti ed affida al Signore i bassi…” (penso che mi abbia capito…) “E tu cosa fai? Segui questa chiesa?” “Le seguo tutte… e tu come ti chiami” “Wresli (o qualcosa di simile)” e ci siamo salutati con simpatia. Magari ci ritroveremo e ripartiremo da dove siamo arrivati.



- Sulla via del ritorno altri giovani erano sulla strada ed evidentemente stavano pasteggiando a cocaina o simili, sempre più diffusa (qui costa poco, siamo nella zona di transito). Ad un incrocio mi ha fermato un altro giovane che non è uno che si droga, ma un drogato pesante: si riconoscono per la magrezza, gli occhi persi, i vestiti ridotti a stracci e perché a volte raccolgono le lattine per vendere l’alluminio. Appena uscito dal carcere (per un furto) era arrivato in canonica da noi e per alcuni giorni era tornato, poi era nuovamente sparito, inghiottito dal vortice. “Hai bevuto?”, “no padre, non bevo”, “ma ti droghi ancora? (domanda inutile…)” “si…”. “Hai cenato? (altra domanda inutile)” “no…, mi offri qualcosa?” e gli ho preso un churrasco, che è carne fatta alla brace, qui molto popolare. Poi ci siamo salutati e mi ha ringraziato. Poca roba, ma davanti ad una solitudine così immensa nulla è poco.

- Ultimo episodio sono i bambini: sono quelli che più mi fanno sentire l’esigenza della lingua, perché a loro le parole lette e corrette che ora uso nell’omelia non dicono nulla. Hanno bisogno di un saluto, di una parola semplice, spontanea e chiara: ma le cose semplici sono quelle che chiedono maggior competenza e preparazione… 

Stavo lavorando all’impianto elettrico nel nostro “palazzetto”, mentre bambini e ragazzi giocavano a pallone; mentre ero perso tra fili e viti sento una voce che viene dal campo: “ciao padri!”, mi guardo intorno e la voce si ripete due o tre volte. Era la bambina che stava facendo da portiere che mi guardava lavorare, mi sorrideva e mi salutava. Le ho risposto con un sorriso ed un saluto, ma che tristezza non riuscire a dirle una parola, a chiederle chi sono la mamma ed il papà (se c’è…), se va a scuola, se si stava divertendo… 

Ok: ALLORA C’É PROPRIO BISOGNO CHE PARTA PER BRASILIA, il 8 marzo vado e fino al 9 giugno non torno!!!


Buona domenica, 

il Signore ci accompagni verso acque profonde (e non provate a galleggiare, andate giù senza paura…)!


d. Paolo


La tentazione della torre di Babele

  Paolo Bizzocchi Ciao a tutti e tutte,  eccomi ancora da voi da Brasilia. Sinceramente è una città con la quale fatico a fraternizzare… non...